Fiume città della cultura 2020. Una storia antica, un passato contemporaneo

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Torniamo sull’argomento del quale abbiamo dato notizia lo scorso 31 marzo per approfondire, sia pure in estrema sintesi, le ragioni che hanno sostenuto con successo la candidatura del capoluogo quarnerino al titolo di città europea della cultura 2020, assegnatole lo scorso marzo. Fiume, oggi Rijeka nella Repubblica di Croazia, affacciata sul golfo del Quarnero, fu nell’antichità municipio romano con il nome di Tarsatica, porto e snodo strategico difeso, sulle alture, dal vallo romano, a riparo dalle incursioni delle popolazioni illiriche e a chiusura delle Alpi Giulie. Dopo alterne vicende succedutesi dall’era tardo antica, quando tra il VII e VIII secolo venne distrutta dalle incursioni barbariche, risorse in situ nel secondo millennio con il nome di Flumen (poi Terra fluminissancti Viti) e nel XV secolo divenne possedimento della Casa d’Absburgo, alla quale appartenne – attraverso innumerevoli vicende –, sino alla resa dell’impero austro-ungarico nel 1918. Nel 1924venne assegnata dal trattato di Roma al Regno d’Italia cui appartenne sino al 1947, quando, all’epilogo del tragico secondo conflitto mondiale, venne ceduta alla Jugoslavia di Tito.Dagli anni Novanta è parte della Croazia, uno dei Paesi dell’ex Federativa resisi indipendenti dopo il disfacimento dei regimi comunisti nell’Europa orientale.

Il Settecento. Affacciata sui mari

Elevata a porto franco nel 1719 dall’imperatore d’Austria Carlo VI, venne da questi inclusa nel progetto di potenziamento della politica economica degli Stati austriaci. Il suo sviluppo moderno si avvalse della sua inclusione nei domini absburgici, ovvero in un’estesa regione centro-europea e danubiano-balcanica, un enorme mercato che le consentì di crescere economicamente e socialmente per tre secoli, dal Settecento al Novecento. Nel 1779, inoltre, l’imperatrice Maria Teresa, sollecitata dalla stessa Fiume, le riconobbe il titolo pressoché unico e i privilegi di «Corpo separato annesso alla sacra Corona del regno ungarico»: uno strumento giuridico che permise alla città quarnerina di potersi relazionare direttamente con il sovrano e avvalersi di crescenti autonomie municipali, che avrebbe strenuamente difeso per i due secoli a venire. I privilegi attribuitile dal XVIII secolo segnarono l’inizio di un lungo e articolato processo di modernizzazione che ne trasformò radicalmente il carattere relativamente marginale conservato sino al XVII.

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Una nuova identità. La sintesi delle diversità

Lo slancio impresso dalle profonde trasformazioni strutturali attrasse da ogni parte del vasto territorio absburgico comunità diverse e di varia confessione religiosa, attirato dalle nuove opportunità di lavoro e di promozione sociale (nella prima immagine uno scorcio del porto in una cartolina del 1890). Secoli cruciali, il’700 e l’800, anche per la formazione dell’identità fiumana, un’identità complessa e stratificata: la compresenza di più soggetti nello spazio civico fiumano avrebbe permesso nel tempo di creare quello che è stato definito un «modello culturale. Tra Sette e Ottocento la città si arricchisce dunque di cospicui apporti dalle diverse regioni dell’impero, ma anche da altre parti del continente europeo, che le conferiscono un aspetto cosmopolita: cechi, ungheresi, austriaci, tedeschi, inglesi, funzionari dello Stato ungherese, imprenditori, docenti, si amalgamano in buona misura con la componente di lingua italiana, la cui prevalenza derivava dalle antiche istituzioni municipali e dalla forza attrattiva dei costumi italiani. Una miscellanea di origini diverse, che avrebbe lasciato evidente segno nella varietà di cognomi dei suoi cittadini. E nel XIX secolo illuminati esponenti della società fiumana e austriaca avviano nella vicina Abbazia (Opatija) la stagione moderna dei bagni di mare e di sole che avrebbe assunto presto un prestigio straordinario (nella seconda immagine il lungomare di Abbazia in una cartolina del primo Novecento)

L’ultimo Ottocento. Il primo Novecento

Gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo furono caratterizzati da un particolare assonanza tra la popolazione fiumana di lingua italiana e il governo ungherese, percepito dai cittadini come garante delle libertà municipali e del rispetto della peculiarità identitaria. In quel ventennio di «idillio» si formarono, tra l’altro, quei pregevoli traduttori, taluni di origine ungherese ed altri italiani, delle opere letterarie magiare, tedesche e slave, e videro la luce alcune significative riviste dedicate alle letterature europee. Tra le figure più significative del Novecento vale ricordare Ladislao Mittner, decano della germanistica italiana, Paolo Santarcangeli, docente e traduttore degli autori ungheresi, Enrico Burich, germanista e collaboratore de “la Voce” di Prezzolini, Gemma Harasim, precoce innovatrice della didattica in contesti multiculturali, Giorgio Radetti, storico della filosofia, per citare alcuni nomi soltanto. Un fervore culturale, una varietà di compresenze che Santarcangeli rievocò nel secondo dopoguerra nelle sue memorie: «Valicato il ponte sull’Eneo [il corso d’acqua che fungeva da confine tra l’Italia e il Regno di Jugoslavia, ndr] cominciava un mondo tutto diverso, che […] finiva al Bosforo: i Balcani, in tutte le accezioni del termine, geografico e politico. […] dai ristoranti usciva l’odore delle pietanze slave e serbo-turche, quell’odore che ci segue per le strade di Smirne o di Costantinopoli».

Novecento ed oltre

L’insorgere dei nazionalismi e la progressiva crisi degli imperi centrali determinarono profondi, mutamenti negli antichi assetti politici e nazionali europei. La Grande Guerra prima e il secondo conflitto mondiale, ebbero esiti determinanti ed anche radicali. Già dagli anni Novanta del XIX secolo la relazione tra il Municipio fiumano e le autorità ungheresi si era andata rapidamente deteriorando mentre emergevano, in forme nuove e in una fase storica inedita, gli opposti nazionalismi, fenomeni intensi di una crisi continentale che sul confine orientale assunse contorni drammatici e irrimediabili, con l’esodo forzato della popolazione italiana.

Nel nuovo ordine europeo

Decenni dopo, la decomposizione della Jugoslavia e, nel 1991, l’inclusione di Rijeka nella Croazia indipendente aprirono una nuova, difficile fase di transizione. Una minoritaria, ormai, comunità di connazionali – che avevano conosciuto, come i profughi in fuga verso la Madrepatria, le violenze del regime titoista –, restava a rappresentare, con altre minoranze nazionali incluse nel Paese, l’antica storia plurale della città: per conservare almeno in parte il suo retaggio plurisecolare essa assunse il ruolo strategico ma anche delicato di ponte con la comunità croata ormai maggioritaria (nella terza immagine il Corso cittadino oggi, con la storica Torre civica). L’attivismo della collettività italiana nei settori della cultura e della ricerca storica rende questa residua ma determinata presenza un soggetto essenziale alla democrazia e all’educazione alla tolleranza, e attesta la molteplicità degli apporti storici e culturali di una composita regione di frontiera.

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