L’Adriatico come storia

crs_-logodi Egidio Ivetic

Dell’Adriatico si sono date molte definizioni: un mare chiuso, un mare di passaggio, una frontiera tra Oriente e Occidente, un Mediterraneo in miniatura, un’insenatura nell’Europa centrale. In effetti, l’Adriatico può essere visto come una zona dove per secoli si sono intrecciati e sovrapposti molteplici confini di natura politica, culturale, religiosa e infine nazionale. L’Adriatico è un mare allo stesso tempo omogeneo, nella sua forma, e complesso, nelle sue stratificazioni culturali, riscontrabili in particolare lungo la sua sponda orientale, a sua volta zona di confine tra popoli, lingue, modelli di civiltà, confine tra Europa occidentale ed Europa  orientale, tra Europa centrale e Mediterraneo tra Europa centrale e Mediterraneo.

Nel contesto mediterraneo l’Adriatico ha sempre avuto sua soggettività ben marcata. Nei secoli XV- XIX il Mediterraneo era inteso come un insieme, grosso modo, di tre unità-regioni marittime, divise da una linea immaginaria posta tra Tunisia, Sicilia orientale, Salento (Puglia) e le Isole Ionie: il Mediterraneo occidentale, o Ponentino, a ovest di tale linea, il Mediterraneo orientale, o Levante, a est di tale linea, e l’Adriatico, a nord della linea, il più interno rispetto all’Europa. Dall’Ottocento questa rilevanza e centralità dell’Adriatico è andata scemando. Oggi esso è diviso tra sei Stati: Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Albania. Sette, se contiamo la Grecia, se si include la parte settentrionale dell’isola di Corfù. Da notare che nel Ponentino si affacciano sei Stati, mentre nel Levante dieci Stati.

L’Adriatico non ha una storia univoca, non c’è una versione del suo passato accettato da tutte le nazioni che vi si affacciano. Ci sono invece diverse, a volte contrapposte, visioni storiche nazionali che rispecchiano le odierne situazioni politiche. Come se gli stati nazionali possedessero la sovranità sul passato dei territori adriatici di loro pertinenza. Un passato che è divulgato secondo canoni interpretativi nazionali. Così, il plurisecolare dominio di Venezia o quello degli Ottomani sono rappresentati come occupazione e sfruttamento economico delle popolazioni rivierasche, i precursori delle nazioni di oggi. In genere, il fattore politico straniero è presentato come dominatore, padrone, ed è un ricorrente topos nelle storiografie dell’Adriatico orientale, non diversamente da quanto si riscontra nel resto dell’Europa sud-orientale. Le dominazioni straniere sono quelle rappresentate dal regno di Ungheria, da Venezia, dal dominio degli Asburgo e dall’impero ottomano, ma anche dall’Italia fascista. Si tratta di entità storiche che hanno sviluppato e imposto sistemi imperiali per controllare le regioni comprese fra l’Adriatico, le Alpi e il Danubio, per dominare i Balcani occidentali; sistemi imperiali intesi quasi sempre come imperialismi alla maniera del XIX secolo. Inutile dire quanto tali interpretazioni venate di pregiudizio limitino l’approccio con le fonti e complichino la collaborazione tra le storiografie.

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La storia dell’Adriatico deve quindi pagare tributo alle storie nazionali. Ma non ci sono solo le storie nazionali. A voler scrivere una sintesi adriatica, uno storico deve tenere conto di almeno una dozzina di storie regionali e di decine di storie locali di città, isole, villaggi, santuari. L’Adriatico, visto dalla prospettiva minima, locale o regionale, appare diverso, appare come protagonista e non come sfondo di vicende nazionali. Si scoprono antichissimi scambi economici tra sponde diverse, flussi migratori tra popolazioni diverse.

L’Adriatico, dopo tutto, si rivela un mare-regione; la sua è una storia regionale in cui si sommano i passati della Puglia, d’Abruzzo e Molise, delle Marche, della Romagna, di Ferrara, della laguna veneta, del Carso con Trieste, dell’Istria, della Dalmazia, del litorale croato e dell’antica Croazia, delle Bocche di Cattaro, delle coste oggi montenegrine, fino al fiume Drin, delle coste albanesi e di Corfù, la chiave d’ingresso dell’Adriatico. Per comprendere tale pluralità di storie, occorre partire dall’insuperato modello interpretativo elaborato da Fernand Braudel. L’Adriatico, come tutti i mari, è formato: (a) da uno “spazio liquido” o “pianura liquida” (termini di Braudel), in cui misuriamo nel tempo le rotte, il traffico di merci, il piccolo cabotaggio, lo sfruttamento delle risorse, la pesca, il controllo politico e militare, la sovranità marittima; (b) dalla costa, o meglio dire da un insieme di sistemi regionali costieri, una specie di membrana che rappresenta il fronte marittimo per chi giunge dall’entroterra e il fronte terrestre per chi giunge dal mare, un habitat quasi ovunque e quasi sempre antropizzato, con insediamenti anche minimi; (c) da un’ampia area circostante: come esiste un grande Mediterraneo (Braudel) così c’è, attraverso i secoli, il grande Adriatico, una specie di corona di regioni d’entroterra in stretto rapporto con il mare;   un’area estesa, di cui non è facile individuare i confini precisi, poiché potrebbe essere collocata a 40-50 chilometri dalla costa, ma potrebbe anche comprendere luoghi come Benevento, Aquila, Perugia, Bologna, Padova, Treviso, Lubiana, Sarajevo, Skopje, Ohird.

L’Adriatico ha i suoi tempi, all’interno della sua ‘lunga durata’. Ci sono alcuni aspetti fondamentali che  lo caratterizzano, ci sono similitudini e specificità rispetto al resto del Mediterraneo. Come altrove, il sistema urbano è stato definito nell’età romana, fra  il I sec. a. C e il V sec. d. C., con la fondazione e lo sviluppo di città in Puglia e lungo la costa orientale, da Aquileia a Apollonia (vicino a Valona). La distribuzione di questi centri, la loro relazione con le isole e con l’entroterra, la formazione delle zone d’influenza, degli agri (contadi) e poi delle regioni, così come la rete viaria rivolta verso il continente, sono aspet ti che hanno condizionato la storia adriatica fino al giorno d’oggi.

Il secolo VI vede l’avvio di un’età bizantina. Bisanzio ebbe il controllo delle sponde occidentali dell’Adriatico, pensiamo a Ravenna e alla Romagna, fino al VIII secolo, mentre Venezia, la Dalmazia e quelle che diventeranno coste albanesi fecero parte del Commonwealth bizantino fino ai secoli XI-XII. L’arco  territoriale  e  marittimo,  sviluppato  tra Venezia, Dalmazia e il Levante, si contrapponeva all’entroterra dove si erano insediati i longobardi e gli slavi. L’Adriatico, da mare interno, era diventato un mare confine, tra Bisanzio e le nuove popolazioni. Durante questa fase la viabilità marittima adriatica si rafforza lungo l’asse sud-est/nord-ovest; l’Adriatico orientale divenne la via di comunicazione fra Bisanzio e l’esarcato di Ravenna e poi con le Venetiae. E Venezia- Rialto divenne l’erede del sistema marittimo bizantino. Di bizantino rimane la tradizione confessionale ortodossa serba e greca lungo la costa e nell’entroterra del basso Adriatico orientale, ma anche Venezia stessa, in ciò che rimane del suo volto più antico (il San Marco).

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Venezia impose la sua autorità, ma non ancora sovranità, sulla Dalmazia nell’anno mille. Le prime crociate portarono l’Adriatico al centro della comunicazione tra Occidente e Oriente; non solo Venezia- Dalmazia ma pure le città della Puglia ebbero uno sviluppo notevole dal XII secolo in poi. Se il lato occidentale del mare, ad eccezione della Puglia, anche per motivi tecnico-marittimi rimase relativamente passivo alle trasformazioni economiche e politiche,  e lo stesso ruolo politico dello Stato della Chiesa rimase marginale, lungo il versante orientale Venezia sviluppò il suo spazio economico, politico e culturale in particolare dopo la quarta crociata del 1202-1204. Il controllo dell’Adriatico orientale era strumentale ai fini del dominio politico ed economico che Venezia costruì in Levante nei secoli XIII-XV. La preminenza geo-strategica sull’intero mare Adriatico si realizzò con la sovranità sulla Dalmazia, 1204-1358 e 1409-1707, sull’Istria 1267/1420-1797 e sulle Isole Ionie, 1386-1797. L’Adriatico divenne a tutti gli effetti il “Golfo di Venezia”. L’egemonia veneziana fu tuttavia costantemente messa in discussione. Un primo antagonista di Venezia fu l’Ungheria, tra il 1102 e il 1409. Genova, la rivale nel Levante e nel Mar Nero, non esitò ad attaccare la Serenissima nel cuore del suo Golfo, assediando le lagune. Poi fu la volta degli Asburgo, fra il XVI e il XVIII secolo. Venezia si scontrò due volte con gli Asburgo, nel 1508-1516 e nel 1615-1618; ulteriori guerre non ci furono solo perché entrambi gli antagonisti erano minacciati dagli ottomani. Assai più complesso fu il rapporto tra Venezia e gli ottomani. Venezia combatté sette guerre contro la Sublime Porta, tra il 1469 e il 1718, ma altrettanto cercò di costruire lunghi periodi di pace, nel 1573-1645 e nel 1718-1797. Dopo tutto, gli ottomani erano vicini meno insidiosi degli Asburgo, che in più riprese militarmente ed economicamente hanno cercato di inclinare l’egemonia adriatica di Venezia, e poi gli ottomani con il loro impero avevano politicamente uniformato il Levante, erano diventati un’unica controparte in numerosi mercati. Il ruolo del regno di Napoli nel contesto adriatico rimase marginale nei secoli XVI-XVIII; il ruolo della Puglia fu quello di essere un ponte commerciale verso il Levante. La repubblica di Ragusa completava il quadro politico. Essa era una Venezia in piccolo e, assieme alla Dalmazia veneta, il volto dell’Occidente sulle sponde dei Balcani.

Nei secoli XV-XVIII l’Adriatico divenne a tutti gli effetti una regione in cui confinavano diverse civiltà. Oltre ad essere un litorale-confine tra cattolicesimo e ortodossia, l’Adriatico orientale divenne la zona più occidentale in cui si attestò l’Islam ottomano, a partire dal XVI secolo sulle coste di Dalmazia e di Albania. Oggi si tende a sottostimare questo aspetto. Come del resto si sottostima la continuità storica dell’Islam nell’Adriatico.

Con l’arrivo delle truppe napoleoniche scomparve la repubblica di Venezia, nel 1797, e i dominatori dell’Adriatico divennero per qualche anno gli Asburgo. Il ritorno francese negli anni 1805-1813 decretò la fine della repubblica di Ragusa, la creazione di un regno d’Italia e, nel 1809-1813, la nascita delle Province Illiriche, un pezzo della Francia metropolitana sulle sponde dell’Adriatico. La Restaurazione riportò agli Asburgo un dominio diretto e indiretto sull’Adriatico. L’Ottocento fu il secolo della modernità e dell’affermazioni delle comunità nazionali. Soprattutto la sponda orientale vide il contrasto tra l’affermazione nazionale croata e quella italiana. L’unità d’Italia di fatto provocò a una netta divisione politica dell’Adriatico. Oltre l’Italia, l’Austria (Austria-Ungheria dal 1867) e l’impero ottomano, nel 1878 come Stato rivierasco fu riconosciuto il principato del Montene- gro. Nel 1913, in seguito alle guerra balcaniche, tramontò la sovranità ottomana (1479-1913) lasciando il posto all’Albania. Nonostante il mare fosse il luogo in cui si misurarono le contrapposte forze navali, italiane e austriache, i contatti economici tra le due sponde rimasero assai diffusi fino al 1945.

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Nel 1918, sulla sponda orientale, all’Austria-Ungheria e al Montenegro subentrò la Jugoslavia. Le tensioni tra questo nuovo stato e l’Italia non cessarono mai, anche perché le aspirazioni imperialiste dell’Italia fascista puntavano a realizzarsi nell’Adriatico e nel Mediterraneo orientale. Con l’occupazione dell’Albania nel 1939 e con l’occupazione della Jugoslavia nel 1941, Mussolini fece dell’Adriatico un “lago italiano”. Un esperimento che crollò nel settembre 1943, permettendo al Reich germanico di affacciarsi, nel caso dell’Adriatische Kustenland, su questo mare e quindi sul Mediterraneo.

Nel 1945 risorse la Jugoslavia, ora popolare, socia- lista e federalista, e l’Adriatico divenne la linea di demarcazione tra l’Europa occidentale e l’Europa orientale, nonostante Tito, il leader jugoslavo, si fosse distaccato dal blocco sovietico nel 1948. L’Albania di Enver Hoxa visse tra i più oppressivi regimi comunisti, passando dal patronato di Mosca a quello delle Cina, nel più completo isolamento rispetto ai paesi contermini. Il crollo dei regimi socialisti in Jugoslavia e in Albania, la fine delle stessa federazione jugoslava nel 1991, aprirono una nuova fase in cui l’Adriatico divenne il limite tra l’Europa unita e la travagliata zona dei Balcani occidentali. La guerra in Europa si ripresentò proprio sulle sponde adriatiche nel 1991 e nel 1995, durante i conflitti jugoslavi.

Una netta svolta si ebbe solo dopo il 2004. Accanto all’Italia, la Slovenia entrò a far parte dell’Unione europea, mentre la Croazia è prossima ad entrarvi. Nel 2006 è stata costituita una Euro-regione Adriatico, un’entità trans-confinaria che mira a sviluppare i rapporti tra le singole regioni che si affacciano sul mare. Per certi versi, le politiche transfrontaliere, per esempio i progetti Inter- Reg dell’Unione Europea, impongono una nuova visione politica e culturale dell’Adriatico, una sua regionalizzazione.

Il ruolo della storia comune si rivela centrale. Il passato – l’eredità romana, l’eredità bizantina e ortodossa, la civiltà di Venezia, la civiltà ottomana, il mondo asburgico, l’età delle nazioni e dei contrasti nazionali – assume oggi una valenza diversa, sta diventando un’eredità transnazionale, condivisa tra le sponde adriatiche. La dimensione storica transnazionale si pone come superamento della logica “centro-periferia” imposta dalla prospettiva politica e culturale nazionale, logica che ha ridotto i segmenti adriatici a periferie turistiche. Diversamente, il senso di un’appartenenza adriatica trasversale al nazionale, un modello proclamato di recente in ambito politico locale, appare come un’alternativa per il futuro di questo mare-regione, per andare oltre la perifericità.

In definitiva, l’Adriatico in quanto contesto confinario e trans-confinario, costituisce un “oggetto sto- rico”, un’area storica europea, e in sé rappresenta un’eredità transnazionale per le nazioni che in esso trovano il proprio confine territoriale e culturale.

Testo edito nel n. 59, Giugno 2011, de “La Ricerca”, Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno

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