Letteratura del «Vin de rosa» di Dignano

Il «Vin de rosa», l’antica produzione istriana da uve di Moscato nero e successivamente da uve passite di Malvasia del territorio di Dignano, oggi verrebbe inserita tra i prodotti «di nicchia», in bella vista sugli eleganti scaffali delle migliori enoteche. Citato sin dalla metà del XIX secolo, il «Vin» in questione ci ricorda quanto antica e pregiata fosse nella penisola adriatica la coltura della vite. Il saggio che pubblichiamo, a firma di Paola Delton, è tratto dal n. 64 del Dicembre 2013 de La Ricerca, il Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno

 

crs_-logo  di Paola Delton

Il Vin de rosa di Dignano è un vino aromatico da dessert ottenuto da uve passite e poi torchiate di Malvasia istriana; un tempo esso nasceva dall’uva del Moscato nero, vitigno di cui rimane nel Dignanese un’unica vigna in località San Piero. Questo vino passito è stato citato a partire dalla metà dell’Ottocento in un’opera del settore, in un’opera letteraria e in alcune monografie riguardanti Dignano, nelle quali è stata sottolineata la sua importanza nello scandire momenti della storia personale e collettiva dei dignanesi.

Volendo seguire un percorso cronologico, si considerino innanzitutto le righe scritte dal canonico Pietro Stancovich nella sua opera Vino dell’Istria principale prodotto di questa provincia. Nuovo metodo economico-pratico per farlo e conservarlo del 1853. Egli distingue i vini istriani in vini da bottiglia, vini distinti e vini comuni da commercio; tra i secondi cita “il Marzemino ed il Reffosco, che con un poco di diligenza pareggiar possono il Claretto ed il Borgogna; il Proseco, il Cividino e la Ribolla Moscato, ossia Vino-Rosa, dagli Alemanni detto Rosen-wein, pregiatissimo a Vienna, il quale si accosta al Canarie[1]. Essendo oggetto di studio dell’opera il vino comune, non si hanno ulteriori approfondimenti sull’argomento, né riferimenti alla provenienza geografica specifica dei vitigni citati dall’autore.

Dobbiamo andare alla seconda metà dell’Ottocento per iniziare un percorso che ci porterà a considerare le citazioni sul Vin de rosa di Dignano. Nel 1886 esce, per i tipi di G.  Barbera (Firenze), la raccolta di novelle San Pantaleone di Gabriele D’Annunzio. Nella raccolta vi è una novella intitolata Il martirio di Gialluca che sarà più tardi, nel 1902, inserita nel libro Le novelle della Pescara con il titolo Il cerusico del mare. Questa novella narra il tragico viaggio di sei marinai e un mozzo che navigavano alla volta della Dalmazia con il loro trabaccolo carico di frumento; nel corso del viaggio un marinaio morì a causa di un’infezione e di una maldestra operazione effettuata da un compagno.

Alla seconda pagina, laddove D’Annunzio presenta questi marinai definendoli “forti e induriti alle vicende del mare” si legge: “Avevano altre volte navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spalato; e sapevano la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole”[2]. Ecco dunque comparire già alla fine del XIX secolo il particolare vino di Dignano, che colpì anche il poeta e narratore pescarese per il suo caratteristico profumo di rose tanto da citarlo in una sua opera. D’Annunzio visitò sicuramente l’Istria nel 1902 e probabilmente in quest’occasione gli fu offerto questo vino, ma non ci è dato sapere in che modo lo conobbe negli anni vicini al 1886. Certamente possiamo affermare che il Vin de rosa era conosciuto già nell’Ottocento.

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(La vendemmia, in Domenico Rismondo, Dignano d’Istria nei ricordi, nel bimillenario di Augusto, 1937)

Nel 1889, tre anni dopo la novella del D’Annunzio, Giuseppe Caprin firma l’opera Marine istriane  e nel capitolo Tra le isole Brioni, a proposito di Dignano, scrive: “Dal canale di Fasana, tra le Brioni, scoprite sulla ascendente collina, la bella schiera di edifici che si allinea, proprio come un corteo divoto, tra le righe delle viti a siepe, che maturano il vin de rosa, e tra i quadroni di frumento gialli…”[3].

Bisogna andare al 1922 per trovare un dato sul Vin de rosa in un documento d’archivio. Due bottiglie di questo vino, definito “vino rosa” furono esposte nel padiglione collettivo della Provincia d’Istria alla Fiera campionaria internazionale di Trieste che si tenne dal 3 al 18 settembre 1922; l’espositore del vino era Carlo Vitturi[4]. Il “vino rosa” fu presentato a questa importante esposizione internazionale accanto ad altri prodotti e manufatti dignanesi: quattro vasi di miele, un pezzo di cera vergine, un pezzo di favo, due sacchetti di mandorle, rami d’ulivo e di mandorlo, quattro piante di Belladonna, alcuni attrezzi agricoli, dei campioni di pietra, silice, bauxite, lignite e asfalto, nonché due  bambole in costume dignanese[5]. L’invito a partecipare con i propri prodotti a questa importante manifestazione fu esteso ai dignanesi nell’aprile del 1922 su invito della Camera di commercio e industria dell’Istria con sede a Rovigno[6]. A darci molte informazioni sul Vin de rosa è Domenico Rismondo in Dignano d’Istria nei ricordi del 1937. L’autore cita più volte questo vino nel suo libro e lo fa innanzitutto nel capitolo Prodotti del suolo con un intervento esteso e approfondito che val la pena di citare per esteso: “In molti terreni il lavoro di aratura, eseguito con l’aratro di ferro, riesce impossibile perché soltanto un leggero strato di terra copre il sottosuolo sassoso ove prospera con rigoglio la vite moscato nero che ci dà il vino di rosa, gentile e tutto fragranza (nota: Dalla pubblicazione reclame della Cantina dell’Istituto agrario dell’Istria in Parenzo, tolgo: Moscato rosa – Questo speciale vino, classificato giustamente come Re dei vini o Vino dei Re, è un superbo vino delle terre carsiche istriane, proveniente dal vitigno omonimo; ribelle alla fruttificazione se coltivato in terre diverse da quelle da esso desiderate. Perciò sono limitatissime in Istria le località dove cresce con buon risultato. L’uva del Moscato rosa di maggior pregio proviene da pochi comuni vicini a Pola (Dignano, Valle, Peroi); è caratterizzata da un bel colore rosato oscuro, con speciale e delicato aroma di Moscato che ricorda anche il profumo della rosa. Sottoposta a lavorazione speciale e accurata, si ottiene da essa un vino liquoroso di lusso, veramente speciale, conosciuto e apprezzato dai consumatori, e in modo particolare dal sesso gentile, per la sua caratteristica impronta aristocratica, per la finezza del gusto che lo fa preferire a tutti gli altri vini liquorosi del Regno). Non tutte le campagne di Dignano possono dare l’uva adatta per il vino di rosa. I terreni grassi, profondi sono esclusi, si prestano invece fondi sottili, sassosi, posti verso il mare e più nelle adiacenze di Peroi. Anche il processo di vinificazione del moscato nero è diverso da quello delle altre qualità di vini, e a Dignano si usa fare due tipi di vino rosa, l’uno è secco e l’altro è passito (appassito, dolce). L’uva viene vendemmiata a completa maturazione, quando cioè contiene il massimo di zucchero e si scelgono i grappoli sani. Nella preparazione del tipo comune o secco, l’uva raccolta viene pigiata e il mosto, con le bucce, si fa fermentare dalle 24 alle 36 ore, poi si fa il travaso. Le vinacce rimaste vengono torchiate e il liquido ricavato si aggiunge a quello travasato. Così si ottiene un vino di rosa profumato; viene bevuto per Natale. Quello che si confeziona a Parenzo, non è il vino di rosa ricordato dal d’Annunzio nelle Novelle della Pescara (Il cerusico di mare) e da lui bevuto a Trieste nel 1902 nel suo viaggio nell’Istria. Il tipo speciale, ‘il vino di Dignano, che ha il profumo delle rose (D’Annunzio) si prepara diversamente e con molta cura. L’uva matura, sana e scelta viene asciugata su graticci, in camere ariose per trenta e più giorni a seconda dei tempi, umidi o secchi, oppure i grappoli vengono appesi al soffitto per l’essicazione dovuta. Dopo questa preparazione, i grappoli vengono sgranati e gli acini passano nel torchio. Il mosto ottenuto si mette a fermentare in piccole botti munite di valvole, fino al primo travaso; si praticano poi diversi travasi finché il vino si fa limpido. Dal mosto a questo momento passa un anno, meglio due, poi si può imbottigliare. Chi vuole avere il vino di rosa per solennità di famiglia o per circostanze speciali proprie e cittadine, non lo mette in bottiglia, ma lo lascia nella botticella chiuso per più anni, ed è così che invecchiando acquista nella botte quell’aroma che dà il profumo delle rose al dolce vino di Dignano.

L’aroma persistente e l’abboccato vellutato hanno creato questo meraviglioso vino, che è un vino caratteristico e originale[7]. Interessante anche un passo scritto nell’antico istrioto dignanese sulla tradizione delle Rogazioni: “La (a sant’Antonio) i deis la misa cantada e le litanie grande. Cu zì furnei, a vidi chi zì là. Douti partera peici e grandi su quil  prà, la tola de i preti in mezzo. Doute le fimene le curo a purtaghe la merenda a i soi: chei puveina, chei fritada, che i cafè, chei salamo, ma l’agnel freito e al vein de Rusa pasa batalgia!”[8]. A proposito delle feste natalizie il Rismondo scrive che assieme alle freite (fritelle) si beveva il vino di rosa[9], mentre più avanti narra l’episodio della visita ufficiale  del Prefetto L. Leone il 5.5.1929 a Dignano: “La signorina Maria Gaspard, affascinante tutta nel suo abbigliamento, porge un dolce saluto. (…) A S.E. il benvenuto, il saluto  nostro di attaccamento leale, istriano. E con il saluto a Voi il profumo dei nostri poggi coperti d’erica e di timo, tutta la fragranza della nostra vite da cui geme il vino di Rosa e questi fiori dicano a V.S. per noi tutto quello ch’io non Vi so dire (e porge un mazzo di garofani)”[10].

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(El strucolo, torchio usato per la spremitura dell’uva passita)

Il ricordo del paese natio è sempre rimasto vivo e intatto tra gli esuli dignanesi e in alcune delle pagine scritte dagli stessi viene citato anche il Vin de rosa. Nell’opera Dignano e la sua gente del 1975 si legge: “Orgoglio e gloria del contadino dignanese era la canova, la cantina, ricolma del frutto delle sue fatiche. (…) Come in mostra di cari oggetti si allineavano le botti e le tinozze ripiene di squisito e gagliardo vino, dal terran al moscato, all’imbottigliato vino ‘che ha il profumo delle rose’, riservato per le grandi festività, per gli amici e per gli ospiti (…) le pile di pietra ricolme del verde profumato olio, e, appese coi ‘gronchi’ in penzoli, le scartocciate pannocchie del granoturco; mentre nelle stalle i grossi animali ruminavano indisturbati l’erba medica ed il trifoglio rosso, falciati e poi riservati per loro con cura”[11]. Nello stesso libro si legge inoltre: “A chi entrava in una casa a Dignano veniva spesso offerto un goto de terran e una feta de pan moro, mentre nelle maggiori festività non poteva mancare mai la bottiglia di refosco e di vin rosa[12].

Interessante anche il ricordo di Bruno Manzini: “Mio padre era enologo ed, a suo tempo, ha insegnato alla Scuola Agraria di Dignano. Conosceva bene la viticoltura ed aveva tirato su in Vale (grande orto nel cuore di Dignano,  compreso tra le case di sinistra della parte alta della Calnova, il viale della stazione e la stradina delle Canovete) molti filari di uve pregiate, tra cui il famoso moscato per il Vin de rosa; da una delle pergole nasceva quella uva nera a forma di piccola zucca che veniva appesa capovolta ai travi della soffitta e si mangiava fino a Pasqua[13].

Ultimo in ordine cronologico il contributo di Mirella Pavcovich Codazzi che ricorda il pregiato vino passito di Dignano: “I nostri vigneti producevano dell’ottimo vino, io però non ne bevevo nemmeno durante i pasti, perché il suo sapore mi faceva venire la pelle d’oca. L’unico che mi piaceva era il vin de rosa prodotto dall’uva di moscato nero appassita e così chiamato per il suo colore e il suo profumo (…) Il terreno migliore per produrre il vin de rosa si trovava, oltre che a Dignano, a Peroi, Valle e Rovigno. Anche nella campagna di Visanèl, appartenente a mio padre, cresceva il vitigno del moscato nero. Ma il numero delle piante non era rilevante, perché la sua coltivazione non era conveniente. Infatti i grappoli che vi crescevano erano scarsi e per di più avevano gli acini distanziati. Ma mio padre amava possederne per brindare con il vin de rosa e gustarlo in occasioni particolari durante l’anno come Natale, Pasqua, Epifania o nelle occasioni di visite di amici e parenti. I grappoli del moscato nero che arrivavano a maturazione erano pochi anche perché vespe, calabroni e merli beccavano i dolcissimi acini rovinandoli. Io tentavo di allontanare quegli indesiderati visitatori escogitando vari metodi di rumori per spaventarli senza ottenere efficaci i risultati. La procedura di vinificazione rispetto alle altre uve variava dal tempo della raccolta. I grappoli del moscato nero dovevano rimanere più a lungo sulla vite perché i suoi acini diventassero ancora più dolci e il vino acquistasse più gradazione alcolica. Quindi i grappoli venivano stesi in soffitta su varie frasche, perché potessero essiccare meglio e più velocemente. Gli acini ormai essiccati venivano raccolti a mano uno ad uno e pressati nel torchio per ottenere quel poco di succo che vi rimaneva. Generalmente da cinque o sei chilogrammi di moscato nero si otteneva circa un litro di vin de rosa. Con la solita procedura avveniva la vinificazione per san Martino. Mio padre riusciva ad ottenere dai suoi vigneti al massimo una ventina di bottiglie, che venivano conservate al buio nel sottoscala, immerse nella sabbia. A ragione il vin de rosa veniva considerato una preziosità e si diceva che el faseva risusitar i morti. Le vinacce sfruttate ormai al massimo, venivano bagnate con vino vecchio e poi immediatamente ripressate. Ne usciva un vin de rosa di seconda spremitura, meno alcolico, ma che scivolava leggero nelle gole dei fortunati Dignanesi”[14]. A proposito delle proprietà terapeutiche del Vin de rosa, la tradizione popolare lo vuole nello zavaion come ricostituente. Si ha inoltre memoria di una guarigione dovuta a questo vino: il dignanese Antonio Delton, colpito all’età di quindici anni dall’influenza spagnola (1918) e ormai ritenuto spacciato, bevve per errore del Vin de rosa offerto al medico chiamato a visitarlo, dormì per circa ventiquattr’ore e si risvegliò completamente risanato.

Questo vino, al quale sono state dedicate pagine e aneddoti così intensi, è degno di essere valorizzato attraverso una produzione rispettosa delle tradizioni in tutte le sue fasi, dalla coltivazione dell’uva alla degustazione ricercata.

[1] STANCOVICH Pietro, Vino dell’Istria principale prodotto di questa provincia. Nuovo metodo economico-pratico per farlo e

Conservarlo, Milano, Tip. Giovanni Silvestri, 1853. p. 7

[2] D’ANNUNZIO Gabriele, “Il martirio di Gialluca” in San Pantaleone, Firenze, G. Barbera Ed., 1886, pag. 291.

[3] CAPRIN Giuseppe, Marine istriane, Ristampa dell’ed. 1889, Trieste, Italo Svevo, 1973, pag. 306.

[4] Archivio di Stato di Pisino – Državni arhiv u Pazinu, HR-DAPA-43/70, OPĆINA VODNJAN, Vodnjan/Dignano, 1918/1943 [1943-1945], Fiera campionaria internazionale Trieste 1922, IX, 1922, b. 189.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem. Risulta interessante citare i luoghi nei quali fu affisso l’invito a partecipare all’esposizione, considerati particolarmente frequentati dalla popolazione onde avere la maggiore eco possibile e cioè: l’ufficio commerciale, il circolo “Nicolò Ferro”, i caffè “Italia” e “Garibaldi”, il cinematografo, i barbieri Furlani e Tarticchio, il mercato.

[7] RISMONDO Domenico, Dignano d’Istria nei ricordi, nel bimillenario di Augusto, Ravenna, Società tip. ed., 1937, p. 61-62 (la nota e a p. 66)

[8] RISMONDO Domenico, cit. pag. 199. Traduzione: “Là dicono la messa cantata e le litanie. Che spettacolo, quando tutto è addobbato! Grandi e piccini, tutti stanno seduti sull’erba del prato, in mezzo a loro la tavola attorno alla quale siedono i preti. Le donne accorrono con il pasto per i propri cari: ricotta, frittata, caffè, salame, ma l’agnello fritto e il Vin de rosa superano tutto il resto”.

[9] Ibidem, pag. 69.

[10] Ibidem, pag. 94.

[11] FABRO Giovanni, “Dignano attraverso i secoli”, in AA.VV., Dignano e la sua gente, Trieste, Tip. G. Coana, 1975, p. 97.

[12] GORLATO Laura, “La casa e il focolare”, in AA.VV., Dignano e la sua gente, op.cit.. p. 183.

[13] MANZIN Bruno, “Come era verde la mia valle…(La vita del ricordo)”, in Cussì ierimo a Dignan, Famiglia Dignanese, Ed.

Lanza, Torino, 1998, pag. 12.

[14] PAVCOVICH CODAZZI Mirella, Vita a Dignano, Venezia, Alcione Editore, 1995, p. 127-129.

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