Le confraternite istriane tra spiritualità, interessi economici e folclore

Uno studio, questo sulle confraternite istriane dal XIV al primo XIX secolo, che esplora non soltanto la devozione religiosa nella penisola adriatica ma ne indaga anche i significativi risvolti sociali ed economici . Il saggio è tratto dal n. 66 del dicembre 2014 de La Ricerca, il Bollettino del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno.

 

crs_-logo  di Rino Cigui

Trattare, anche se in modo cursorio, il tema delle confraternite istriane costituisce un impegno tutt’altro che agevole data l’estrema complessità dell’argomento, frantumato com’è in una miriade di piccole e grandi entità che, pur fruendo di un denominatore pressoché comune, esprimono realtà proprie e spesso addirittura diverse manifestatesi nel corso di un ampio lasso di tempo e come tali difficili da ordinare all’interno di un discorso storico strettamente unitario[1]. Da ciò scaturisce forse la difficoltà, da parte della storiografia istriana, nell’affrontare il fenomeno confraternale nel suo complesso e solo di recente gli studiosi si sono cimentati in opere di sintesi che hanno permesso di chiarire le molteplici problematiche che quest’argomento ha posto e tuttora pone[2].

Va ad ogni modo sottolineato che lo studio delle confraternite, oggetto in passato di scarsa attenzione, ha avuto in tempi recenti un nuovo impulso grazie alle indagini negli archivi parrocchiali, vescovili e statali che hanno portato alla luce esaurienti fonti, la cui esegesi ha consentito di allargare e approfondire le nostre cognizioni su tutta una serie di problematiche sociali, economiche e religiose affatto marginali nelle vicende storiche della nostra penisola. Gli studi concernenti queste forme associative si sono concentrati, in linea di massima, sugli statuti, i quali forniscono numerose ed

articolate informazioni utili alla ricostruzione storica di queste forme associative. Questi statuti hanno in genere caratteristiche comuni, spesso frutto di una stratificazione di norme introdotte in tempi diversi da persone diverse sulla base di una lunga consuetudine, e chi in origine ebbe a compilarli e in seguito a modificarli e aggiornarli, pur basandosi su testi e pubblicazioni analoghe, teneva di solito ben presenti le specifiche caratteristiche e finalità di ogni singola associazione, rurale o cittadina che fosse.

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Architrave della Scuola dei Battuti di Isola con incisa la data di fondazione (1451) della confraternita

Negli ultimi tempi, però, un nuovo contributo alla conoscenza del fenomeno è giunto dall’indagine dei fondi patrimoniali posseduti delle scuole laiche e dalla gestione degli stessi, che ha permesso un’ampia panoramica sull’assetto patrimoniale delle confraternite, sulla gestione dei loro beni e sulle attività economiche praticate. Tutta questa documentazione ha assunto un grande valore storiografico poiché ha permesso di delineare l’esatta configurazione giuridica dei singoli sodalizi, di determinare i motivi religiosi, morali e spirituali posti alla base della loro azione deontologica, come pure la gestione economica e patrimoniale degli stessi.

Circa l’origine di queste forme associative, fin dagli albori l’umanità ha sentito sua la volontà del vivere in comune. In un breve scritto del 1984 apparso nel bimestrale di storia della medicina e medicina sociale Il Lanternino, che aveva per oggetto proprio le confraternite, il dottor Claudio Bevilacqua scriveva che “L’uomo, sin dai primordi, ha incanalato l’istintuale aggressività in schemi associativi sempre più articolati (coppia, famiglia, tribù, Stato) in un sofferto divenire, che i ricorrenti esegeti chiameranno civiltà. All’inizio, il suo modo d’essere sociale è stato condizionato da impotenza, ignoranza e comprensibili paure, che gradualmente, però, mediate dalla superstizione, finiranno per placarsi nella proiezione metafisica della fede”[3]. La fede, dunque, che trovò espressione principalmente nell’aiuto cristiano e nell’assistenza pubblica della parte più disagiata della collettività, è all’origine di quel diffuso fenomeno aggregativo legato ai movimenti di spiritualità, che hanno arricchito la chiesa occidentale in epoche diverse a partire dal Medioevo, culminato con la fondazione di numerose schole o confraternite religiose. Tracce di associazionismi simili si possono tuttavia identificare già in fonti antiche. Qualche cosa assomigliante alle confraternite era presente tra le popolazioni ebraiche, nei sodalitates e nei collegia romani[4], ed anche nella Chiesa delle origini è possibile cogliere tracce di quell’associazionismo cristiano che trovò espressione nella preoccupazione per il mantenimento dei sepolcri dei martiri e degli altri cristiani, nella pratica di forme d’assistenza, nella manutenzione delle chiese e degli altari come pure nell’edificazione di nuovi edifici di culto. Una volta rafforzatasi, la Chiesa sostenne con forza tali associazionismi, ben visti anche dalle autorità civili, e le confraternite, forti di tale appoggio, si consolidarono quale aspetto caratteristico della società medievale[5]. Perfettamente integrate nel contesto sociale ed economico della comunità, esse condivisero con il clero ufficiale la gestione del sacro e l’organizzazione dei riti e dei comportamenti religiosi, rappresentando per i laici uno strumento di presenza attiva, forti della coscienza di un proprio ruolo e di una certa autonomia all’interno della chiesa, e uno spaccato di testimonianza sui modelli di comportamento sociale, sulle forme di aggregazione e di controllo della collettività.

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Stemma della confraternita delle Anime del Purgatorio di Buie

L’esperienza istriana

Le confraternite sorsero e si svilupparono quali corporazioni ecclesiastiche composte da fedeli in prevalenza laici che si associavano con l’intento di dedicarsi alla vita cristiana attraverso opere di carità e per mezzo di una rigida disciplina interna, sulla scia del movimento spirituale legato al francescanesimo. Esse costituivano delle associazioni tipiche di epoche in cui la coscienza religiosa era molto diffusa e nelle quali la popolazione partecipava attivamente al processo di elezione parrocchiale, nell’amministrazione della chiesa e nella gestione dei beni ecclesiastici, nella cura dei

poveri e degli ammalati. Inizialmente esse nacquero e si diffusero in modo spontaneo o quali associazioni in cui si radunavano particolari profili professionali: tali erano, ad esempio, la Confraternita di S. Martino, che raggruppava i contadini, di S. Nicolò, la quale associava i marittimi, di S. Pietro o di S. Andrea, in cui confluivano i pescatori. La loro sede era stabilita presso gli edifici di culto da esse curate, dove sviluppavano riti e funzioni riservate sia ai confratelli sia alla cittadinanza, sottolineando così l’aspetto sociale della loro attività e l’interazione esistente fra i soci aderenti e la comunità dei fedeli.

Le confraternite ebbero grande sviluppo tra il quattordicesimo ed il diciottesimo secolo[6], periodo durante il quale si diffusero in modo capillare in tutta la penisola istriana divenendo sovente importanti e potenti economicamente. In effetti, se da un lato continuarono a mantenere quel ruolo e quelle attività sociali, caritative e religiose per cui sorsero, dall’altro esse fomentarono tutta una serie di rigidi interessi e speculazioni a scopo di lucro ed ascesa sociale ed economica dei singoli aderenti, vanificando talvolta le peculiarità religiose. Tali sodalizi diventarono pertanto dei fattori socio – economici sempre più potenti, visto l’enorme patrimonio fondiario che si trovarono a gestire e le ricchezze che incameravano[7]. L’apice della loro espansione fu raggiunto tuttavia tra il 1650 e il 1730: nelle campagne si era superato da qualche tempo il processo di colonizzazione e di ripopolamento e ci si avviava verso la stabilizzazione degli insediamenti e della ripresa socio-economica generale; si erano consolidate le istituzioni religiose e in tutto ciò il contributo delle confraternite era stato di fondamentale importanza[8]. Della loro aumentata presenza sono tuttora testimoni le chiese urbane e campestri ed i numerosi altari costruiti.

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Processione in onore di San Giorgio, patrono di Pirano

Nella seconda metà del Settecento però cominciò la lenta agonia e il declino delle scuole laiche. Ad affievolirsi fu soprattutto lo spirito associativo e lo slancio entusiastico che ne aveva decretato la costituzione, per cui le autorità civili, soprattutto quelle facenti capo ai sovrani assolutistici illuminati, iniziarono a sferzare dei duri colpi alla vita delle confraternite. Esse furono soppresse in parte da Giuseppe II nel 1784 e definitivamente da Napoleone Bonaparte. Infatti, con i Decreti sopra le Confraternite e le Fabbricerie, emanati il 26 maggio 1805 ed il 26 aprile 1806[9], seguiti dalle risoluzioni della Direzione delle Province Illiriche datate 15 aprile e 30 settembre 1811, si abolirono tutte le confraternite istriane simbolo dell’antico regime, ad eccezione di quelle dedicate al SS. Sacramento ed alla Congregazione delle anime del Purgatorio le cui rendite, si pensava, sarebbero state sufficienti “al mantenimento del divin culto nelle chiese”[10]. Con la soppressione vennero meno l’espressione religiosa e caritativa laica ma anche qualsiasi forma di controllo civile sull’organizzazione ecclesiastica. Una volta affermatesi le strutture parrocchiali e l’azione pastorale della Chiesa diminuì anche il sostegno ecclesiastico al ruolo delle confraternite, per cui si assistette al fallimento di ogni tentativo attinente una loro rifondazione su base puramente devozionale. Spogliate della loro attività creditizia, educativa e di beneficenza, la loro esistenza perse lentamente senso e il laicismo venne a sua volta incluso nell’attività delle cosiddette Fabbriche, istituite presso i vari edifici ecclesiastici[11]. Superata, però, l’esperienza napoleonica le confraternite ripresero vigore, ma viste le mutate situazioni politiche, sociali ed organizzative religiose, svolsero un ruolo del tutto diverso e ridimensionato rispetto alla loro precedente e millenaria storia. Esse, pertanto, furono subordinate alle parrocchie ed i loro compiti limitati all’ambito devozionale.

 

[1] Sulle difficoltà che lo studio del fenomeno confraternale pone si veda A. BRANCATI (a cura di), La Confraternita e la chiesa dell’Annunziata di Pesaro. Il fenomeno confraternale in Italia, Pesaro, 2005, p. 9.

[2] Z. BONIN, Bratovščine v severozahodnoj Istri v obdobju Beneške republike, Capodistria, 2012; D. VISINTIN – D. DI PAOLI PAULOVICH – R. CIGUI, Le Confraternite istriane. Una sintesi, Pirano, 2014.

[3] C. BEVILACQUA, “Le confraternite. Finalità e provvidenze”, Il Lanternino, a. VII, n. 2, Trieste, marzo 1984, pp. 1.

[4] Sui collegia, considerati una forma embrionale di ciò che saranno le future confraternite si veda P. CHINAZZI, Le Confraternite. Storia, Evoluzione, Diritto, Roma, 2010, pp. 18-21. Cfr. J. CARCOPINO, La vita quotidiana a Roma, Bari, 2003, pp. 150, 157, 162.

[5] B. BENUSSI, Nel Medio evo. Pagine di storia istriana, in “AMSI”, vol. XIV, 1897, p. 63; Z. BONIN, “Oris razvoja koprskih bratovščin v času Beneške republike, s posebnim poudarkom na bratovščini svetega Antona Opata puščavnika”, Acta Histriae, Capodistria, vol. 9/2 (2001), p. 358.

[6] A. ŠTOKOVIĆ, “Bratovštine u Istri-udruge sa stoljetnom tradicijom”, Zbornik javnih predavanja 1, Pisino, 2011, p. 8.

[7] D. VISINTIN – D. DI PAOLI PAULOVICH – R. CIGUI, Le confraternite, cit., pp. 26-27.

[8] R. CIGUI – D. VISINTIN, “Condizioni economico-patrimoniali delle confraternite istriane alla caduta della Repubblica di Venezia”, Atti del Centro di ricerche storiche di Rovigno (=ACRSR), Trieste-Rovigno, vol. XXXI (2001), p. 78.

[9] Archivio di Stato di Trieste (=AST), I. R. Governo del Litorale (1814-1850), Atti generali, b. 713, Fondo di confraternite. Cfr. R. CIGUI, “Catastici, rendite, e livelli annui delle confraternite di Momiano (1782-1788), ACRSR, Trieste-Rovigno, vol. XXVII (1997), p. 432.

[10] AST, I.R. Governo del Litorale (1814-1850), Atti generali, b. 680, Fondo di confraternite.

[11] D. VISINTIN, “Un’istituzione medievale al capolinea: le confraternite istriane in epoca napoleonica”, Acta historica adriatica, vol. IV, Pirano, 2010, pp. 213-224.

 

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