La grande depressione del primo Settecento in Istria

crs_-logo   di Rino Cigui   per CRSR Centro Ricerche Storiche di Rovigno

 

Nella storia climatica istriana e, più in generale, europea, gli anni compresi tra il 1709 e il 1715 furono contrassegnati da un rilevante peggioramento climatico, il quale diede avvio a un lungo periodo di congiuntura economica e sanitaria che interessò tutto l’emisfero settentrionale.

La depressione ebbe inizio nel dicembre del 1708 con la formazione sulla Russia di un’area di alta pressione artico-continentale (Anticiclone russo-siberiano), la quale, spostatasi verso sud-ovest, fece crollare le temperature in tutto il continente europeo e principalmente nell’Europa centrale e mediterranea.

Il freddo irruppe all’inizio di gennaio del 1709 e, nell’arco di poche ore, fu registrato un abbassamento repentino delle temperature fino a venti gradi; l’Europa fu ben presto avvolta in una morsa di ghiaccio, che causò danni irreparabili alla vegetazione e alle colture. “Il freddo cominciò il 6 gennaio 1709 – ricorda lo storico francese Emmanuel Le Roy Ladurie citando una cronaca francese del tempo – e durò in tutto il suo rigore fino al 24. Tutto quello che era stato seminato andò completamente distrutto. Il disastro fu di tali proporzioni che la maggior parte delle galline morirono e così pure le bestie nelle stalle (…) Querce, frassini e altri alberi di pianura si spaccarono per il gelo (…) Due terzi delle viti  morirono, fra queste le più vecchie”[1].

Secondo i climatologi, il 1709 rientrava nella fase più fredda della “Piccola età glaciale” (Little Ice Age), quella compresa tra il 1645 e il 1715 corrispondente al cosiddetto Minimo di Maunder, un periodo interessato da una ridotta attività solare e da fenomeni di vulcanesimo che avrebbero determinato un repentino abbassamento della temperatura in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta[2]. L’interminabile avvicendarsi di cambiamenti climatici che caratterizzò questo periodo diede origine a cicli di freddo intenso, con bruschi passaggi ad anni con abbondanti precipitazioni primaverili, estive e autunnali, ai quali si alternarono periodi di siccità e intense ondate estive di calore, le quali misero a dura prova la produttività agricola e la quotidianità dei ceti meno abbienti.

Il freddo polare del 1709 non fu, ovviamente, un fenomeno isolato, poiché già nel secolo precedente ed anche prima si erano verificati inverni eccezionalmente rigidi come quelli del 1407-1408, 1431-1432, 1564-1565, 1607-1608 e 1683-1684, durante i quali si formarono coltri di ghiaccio talmente spesse da sostenere “uomini e animali per qualche serie più o meno lunga di giorni”[3]. Devastante per la nostra penisola fu, ad esempio, l’inverno 1607-1608: nella sua relazione al Senato, il podestà e capitano di Capodistria Marin Gradenigo riferì che “per li gran freddi è morta nella provincia una grandissima quantità di animali (bovini), poiché gli sono venuti meno li feni, et le paglie onde ha bisognato disfar fino li coperti di paglia delle case per darle da mangiare”[4]. L’inverno 1709, però, secondo gli esperti, fu il più rigido dell’età moderna e contemporanea e determinò il congelamento dei principali fiumi e laghi europei nonché abbondanti precipitazioni nevose, che in Pianura Padana raggiunsero addirittura il metro e mezzo d’altezza.

Anche l’area altoadriatica patì le conseguenze dell’ondata di gelo. “Nell’anno 1709 – scrisse il medico veneziano Jacopo Panzani – si formò epoca dell’invernata, e fu detto l’inverno grande. Iscrizioni lapidarie, ragguagli storici, reminiscenza de’ sopravvissuti e tradizione alla posterità non lascieranno svanir giammai dalla mente degli uomini un avvenimento, che ridusse la nostra metropoli [Venezia] nella più stretta penuria d’ogni provvedimento per quasi un mese, e che distrusse nel corso di due in tre settimane inumerabili piante arboree da frutto, e sterminò quasi affatto per le provincie gli ulivi e le viti. La massima intensità di quel freddo si può valutare a sedici in diciasette gradi sulla usuale di Reaumur tra il fine del dicembre e l’incominciar del gennaio, e le nevi furono incalcolabili”[5]. Causa l’orrido freddo, le lagune venete rimasero coperte per circa 18 giorni da una strato di ghiaccio spesso 40 centimetri in grado di sostenere i carri che portavano i viveri dalla terraferma in città, ed anche l’approvvigionamento idrico creò gravi disagi alla popolazione a causa del congelamento dei pozzi.

depressione 700 1

Carta dell’Alto Adriatico compilata da J. B. Nolin, Parigi, 1701

Il freddo intenso non risparmiò naturalmente l’Istria, anzi esso rappresentò per la penisola una battuta d’arresto nel lento processo di ripresa economica e demografica che aveva contraddistinto gli ultimi decenni del XVII secolo. L’aberrazione climatica fu solo l’inizio di un lungo periodo di recessione, apertosi con la gelata degli olivi del 1709, le ondate di gelo del 1711 e 1713, e proseguito con le carestie del 1710-12 e le epizoozie bovine degli anni 1711-1715[6].

I danni apportati dalla gelata degli olivi furono ingenti e dolorosi, soprattutto perché andarono a colpire uno dei più tradizionali ed apprezzati prodotti istriani, l’olio d’oliva. Il lavoro di almeno tre generazioni di contadini e la profonda trasformazione subita dal paesaggio agrario furono compromessi nello spazio di qualche mese: “l’inverno grande” assestò un colpo micidiale a ciò che costituiva il cardine dell’economia rurale[7].

 

L’estensione degli oliveti nei secoli XVII-XVIII aveva rappresentato un elemento fondamentale di trasformazione delle campagne istriane e di profitto per i contadini, ma il tutto era messo ora a dura prova dall’inclemenza del tempo. Le proporzioni eccezionali dell’evento calamitoso portò alla quasi distruzione degli olivi[8] ed anche la produzione d’olio di quell’anno fu fortemente condizionata, cosicché a Muggia, Isola, Pirano, Parenzo e Rovigno, gli unici centri a dare qualche frutto, nel maggio del 1710 si contarono complessivamente 1664 orne di olio, una quantità circa otto volte inferiore all’occorrente[9].  Oltre agli olivi, la distruzione riguardò pure le viti ed i raccolti cerealicoli, quest’ultimi risorsa principale se non unica delle classi più povere e disagiate, e la conseguenza inevitabile fu la carestia e gli anni di fame.

Come si può facilmente intuire, la perdita dei raccolti in un’economia fondamentalmente agricola come quella istriana rappresentava una vera e propria catastrofe, poiché privava la gente degli alimenti di base (pane e polenta) e delle sementi indispensabili per la futura semina[10]; la popolazione meno abbiente delle città e dei villaggi fu costretta perciò ad acquistare il grano o la farina nei fondaci oppure direttamente dalle confraternite a prezzi spesso proibitivi (il prezzo del frumento era balzato in pochi mesi da 19 a 27-28 lire lo staro, per poi calare nuovamente tra il 1711 e il 1713)[11], pagando per anni i debiti o chiedendone addirittura l’esonero.

depressione 700 2

Urbis Iustinopolis Prospectus, veduta di Capodistria di Marco Sebastiano Giampiccoli e Francesco del Pedro, 1781 circa

Costrette dalla congiuntura, nel 1710 molte comunità istriane si rivolsero alla Serenissima nella speranza di ottenere aiuti in denaro e sovvenzioni di grano. “Nella penuria generale – afferma Egidio Ivetic – il Friuli, tradizionale fornitore, stava languendo ed il solo frumento che passava nei porti era quello della Dalmazia, ma spesso la sua destinazione obbligatoria era Venezia”[12]. Gli aiuti da parte della Dominante comunque non mancarono: per combattere l’inedia, quantità di frumento furono elargite alla comunità di Villanova di Parenzo ed alle ville di Dracevaz, Monsalise e Valcarino, “(…) abitati da cinquecento oriundi Albanesi che languono di fame”[13], mentre per i danni provocati dalla “mortalità delle viti ed oliveti” alla Terra di Pirano furono concessi  mille ducati a titolo di prestito onde “sopperire a ripari necessari in quelle saline”[14]. Anche la vicina podesteria di Capodistria risentì della tremenda carestia e nel dispaccio del 27 marzo 1711, inviato al Senato dal podestà e capitano Francesco Maria Malipiero, si disse chiaramente che “(…) il paese è ridotto all’estremo della povertà: mancando gli olivi hanno perduto li cittadini il nervo delle loro tenui rendite, si può dir tutto”[15].

 

Negli anni successivi le cose non migliorarono, anzi la gelata dell’inverno 1713 e le epizoozie bovine del triennio 1713-1715 ridussero ulteriormente le già magre riserve alimentari della popolazione. Visitando la provincia nella primavera-estate del 1715, il podestà e capitano di Capodistria Nicolò Contarini trovò i fondaci di quasi tutte le località in perdita e sudditi che supplicavano affinché il debito delle “biave” fosse prorogato a causa degli scarsi raccolti e della grande mortalità d’animali. “Penuria all’estremo nella presente ristrettezza de’ sanità questo Popolo, che è numerato sopra otto mille Persone a causa, che questo pub.o Fontico, non ha più Formenti da uender, et il territorio priuo di carnami d’ogni genere”[16], fu l’amara constatazione del podestà di Rovigno Marc’Antonio Venier, il quale chiese che la comunità fosse provveduta “de Formenti, Animali Bouini, et altri comestibili da Bastimenti prouenienti dalla Dalm.a che approdassero a coteste Riue (…) che se li rendessero neccessarij al loro sostentamento”[17]. Quell’anno, infatti, gli istriani avevano dovuto fronteggiare una grave penuria di frumento calmierata dal pronto intervento delle autorità veneziane, che ordinarono “al Luogotenente del Friuli che ne permetta l’estrazione dal suo reggimento di millecinquecento staia”[18] per i bisogni delle comunità.

La malnutrizione delle genti istriane nel corso del Settecento rappresentò pertanto un malessere diffuso e permanente, assimilato fisiologicamente e culturalmente come condizione normale di vita[19].

 

Tuttavia, le difficoltà del vivere quotidiano determinate dalle crisi agricole non ostacolarono il risveglio demografico ed economico che avvenne dopo il 1715. Ciò fu dovuto, afferma Ivetic, al fatto che “l’agricoltura istriana si stava, infatti, convertendo in un numero crescente di zone alla coltura del mais, che garantiva migliori rese rispetto alle antiche misture di cereali minori; inoltre l’attrazione di Trieste favoriva lo sviluppo della viticoltura, dei campi seminati con l’avena, favoriva il taglio dei boschi, come ovviamente l’incremento del piccolo cabotaggio, della marina mercantile”[20]. Attraverso la ricerca di valide alternative, la risposta alla crisi fu pertanto abbastanza rapida, grazie anche agli stimoli prodotti da alcuni centri trainanti quali furono Trieste e, su scala regionale, Rovigno.

 

[1] Emmanuel LE ROY LADURIE, Tempo di festa, tempo di carestia. Storia del clima dall’anno mille, Torino, 1982, p. 99.

[2] Wolfgang BEHRINGEN, Storia culturale del clima. Dall’Era glaciale al Riscaldamento globale, Torino, 2013, p. 123. Edward Walter Maunder (1851-19289 è stato un astronomo britannico ricordato per gli studi sulle macchie solari e sul ciclo magnetico del sole. Dopo aver esaminato vecchie registrazioni dell’archivio dell’Osservatorio Reale, nel 1893 annunciò la scoperta di un periodo di diradamento delle macchie solari al quale fu dato il suo nome.

[3] Jacopo PANZANI, “Discorso del sig. dott. Jacopo Panzani intorno alle invernate straordinariamente fredde”, Memorie per servire alla storia letteraria e civile, vol. 20, Venezia, 1795, p. 34. Cfr. Vittore RICCARDI, Centri e periferie, la storia di un sistema globale, vol. 2, Bologna, 2012, p. 73. Secondo quanto afferma il Sansovino  a Venezia “cadde tanta neve che non si poteva uscir di casa ed i tetti, per l’ingente pondere ebbero incredibile rovina dappoiché alcuni si aprirono ed altri caddero”.

[4] Tommaso LUCIANI, “Di ottanta Podestà-Capitani di Capodistria e delle loro relazioni dall’anno 1525, all’anno 1795”, La Provincia dell’Istria, Capodistria, a. X, 1 aprile 1876, p. 1821).

[5] J. PANZANI, op. cit., p. 35.

[6] Egidio IVETIC, L’Istria moderna 1500-1797. Una regione confine, Verona, 2010, p. 81.

[7] E. IVETIC, La popolazione dell’Istria nell’età moderna. Lineamenti evolutivi, Trieste-Rovigno, 1997, p. 138 (Collana degli Atti, n. 15).

[8] A tal proposito Antonio Angelini annota nelle sue Cronache: “1709: Perdita in Rovigno e in tutta l’Istria degli olivi a cagione del freddo straordinario. Ordini generali, severi, per la conservazione dei germogli. Rovigno nomina guardiani col titolo di Saltèri per la relativa sorveglianza” (Giovanni RADOSSI-Antonio PAULETICH, “Compendio di alcune cronache di Rovigno di Antonio Angelini”, Atti del Centro di ricerche storiche di Rovigno (=ACRSR), Trieste, vol. VI (1975-1976), p. 289-290.

[9] E. IVETIC, Oltremare. L’Istria nell’ultimo dominio veneto, Venezia, 2000, p. 126.

[10] Miroslav BERTOŠA, “Istarske gladne godine (1709-1740)” [Gli anni della fame in Istria (1709-1740)], Kalendar “Jurina i Franina”, Pola, vol. 37 (1981), p. 99.

[11] E. IVETIC, Oltremare, cit., p. 128.

[12] E. IVETIC, La popolazione dell’Istria nell’età moderna. Lineamenti evolutivi, Trieste-Rovigno, 1997, p. 139 (Collana degli Atti, n. 15).

[13] “Senato Mare, Cose dell’Istria”, Atti e Memorie della Società istriana di archeologia e storia patria (=AMSI), Parenzo, vol. XVI (1900), p. 268.

[14] IBIDEM.

[15] E. IVETIC, La popolazione, cit., p. 139.

[16] Archivio di Stato di Venezia (=ASV), Provveditori e Sopraprovveditori alla Sanità. Epidemie bovine. Lettere missive e responsive, e cose varie, b.707, filza 7 (1715). Lettera datata Rovigno, li 12 Luglio 1715.

[17] ASV, Provveditori e Sopraprovveditori alla Sanità. Lettere dirette dal Magistrato della Sanità al Provv.re alla Sanità in Istria, b. 363. Lettera datata 20 Luglio 1715.

[18] “Senato Rettori”, AMSI, vol. XIII (1908), p. 36.

[19] Massimo MONTANARI, La fame e l’abbondanza, Roma-Bari, 2006, p. 162.

[20] Egidio IVETIC, L’Istria moderna. Un’introduzione ai secoli XVI-XVIII, Trieste-Rovigno 1999, p. 67 (Collana degli Atti, n. 17).

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *