Grado, arte e ambiente in un’isola di poesia

Meta prediletta del turismo balneare dai primi del Novecento, invasa ai nostri giorni dai vacanzieri italiani ed europei che nei mesi estivi ne saturano il perimetro, Grado vanta – oltre alle spiagge, ai bagni termali e agli intrattenimenti stagionali – una storia e un paesaggio di grande valore, collocata com’è nella sua preziosa laguna dai molti canali e suddivisa in due estese riserve naturali. Sorta nel II sec. a.C. quale scalo marittimo di Aquileia (il suo nome deriva dal latino gradus, porto), tra V e VI sec. d.C. assunse l’aspetto di un castrum, a pianta trapezoidale e allungata, munito di consistenti mura, torri e porte, al fine di contenere le incipienti invasioni barbariche.  Al suo interno, ancora tra V e VI, vennero erette le basiliche paleocristiane di S. Maria delle Grazie e di S. Eufemia e il Battistero di S. Giovanni. Una terza basilica, detta «della Corte», e il relativo battistero andarono purtroppo distrutti in epoca remota, ma ne sono ancora visibili la pavimentazione a mosaico e le mura perimetral

I «luoghi del cuore»

Edificate le chiese su preesistenti fabbricati romani, Grado ne conserva molti raffinati reperti, senza dimenticare lo straordinario carico di anfore dell’Egeo orientale e africane e di preziosi vasellami vetrei rinvenuto nella laguna, in una nave romana di epoca tardo antica.

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Il Duomo di S. Eufemia (il cui culto Grado condivide con Rovigno) si distingue, tra l’altro, per gli estesi mosaici interni, deposti su una superficie di ben 700 m², realizzati da artigiani aquileiesi nel VI sec. Notevole la lunga corsia pavimentale decorata con un particolare motivo geometrico, denominato dell’«onda sommersa» (nella prima foto). Nelle vicinanze del Duomo di S. Eufemia è il Battistero ottagonale, che con la Basilica di S. Maria, dalla semplice, austera facciata, compone una meravigliosa scena d’arte antica. Luoghi del cuore, proprio, entrati nelle classifiche del Fai.

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La Basilica di S. Maria delle Grazie

La laguna, un antico equilibrio naturale

Ma anche la natura è arte, così la laguna gradese – «uno spazio inondato di luce» si è detto di quest’area umida, la più a nord del Mediterraneo, liquido confine tra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico – conserva un esclusivo interesse ambientale e umano per l’equilibrio che ha mantenuto nel tempo tra habitat naturalistici e attività economiche di sussistenza. Bassa e alta marea si avvicendano quattro volte al giorno, miscelandosi anche ad acque dolci: un composto prezioso per la pesca che da secoli è praticata nei caratteristici «casoni» di legno dai tetti di paglia e canne, eretti su piccole isole, per il cui recupero la Regione Friuli Venezia Giulia ha concesso lo scorso anno contributi destinati al rilancio economico e alla conservazione ambientale.

A questo paesaggio d’acque miti e di riflessi cangianti si è ispirata la grande poesia di Biagio Marin (1891-1985), delicata e potente, universale anche se espressa nel graisàan, la parlata gradese, un antico idioma romanzo al quale Marin ha dato dignità di lingua e di letteratura, nel quale i sogni, la leggerezza  e le melanconie della vita trovano le parole più congeniali per fermarsi nella nostra memoria.

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Un casone nella laguna gradese

Maravegiusi ingani/dei fiuri che no’ dura/dei nuòli sensa afani/che navega per l’aria asura. […] // Feste dei mili/che l’alto siel ‘nbriaga/e púo un’ariosa maga/disperde i petali sutili; // primavera matana/istàe che ‘l cuor tu brusi,/sol che tu lusi/nel sangue che bacana […].

Meravigliosi inganni/ di fiori che non durano/ di nuvoli senza affanni/ che navigano per l’aria azzurra. […] //. Feste dei meli/ che l’alto cielo ubriaca/ e poi un’ariosa maga/ disperde i petali sottili; // primavera pazza,/ estate che bruci il cuore,/sole che fai luce/ nel sangue che baccana […].

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Mattina d’estate sulla spiaggia di Grado, XIX-XX sec.

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