Da Pagano ad oggi: architettura, università e città

Un ritratto a tutto tondo dell’architetto parentino che impresse una svolta irreversibile allo stile progettuale contemporaneo. Maestro insuperato del razionalismo, Pagano-Pogatschnig seppe conciliare disegno architettonico con design, rigore formale e innovazione, aprendo la professione alle nuove esigenze dei tempi contemporanei. Nato a Parenzo, in Istria, nel 1896, fu deportato dai nazisti a Melk prima e succesivamente a Mauthausen (Austria), dove morì nell’aprile del 1945. Questo saggio – pubblicato su “La Ricerca”, n.71 del Giugno 2017 ne illustra la formazione e l’impegno nel corso della sua feconda attività professionale, restituendoci il profilo di un protagonista assoluto della nostra modernità.

crs_-logo di Ferruccio Calegari    per CRSR Centro Ricerche Storiche di Rovigno

L’Università Bocconi di Milano ha ricordato (nel 2006, n.d.r.) il grande architetto di Parenzo Giuseppe Pagano-Pogatschnig deceduto a Mauthausen nel 1945, che fu il progettista dell’Ateneo. Ma già il 2 novembre 1998, la Città di Milano aveva voluto riconoscergli meriti e ricordo al “Famedio” che custodisce le lapidi a memoria di tanti importanti cittadini. Una doverosa reminiscenza dei valori di chi, con un lavoro intenso tra gli anni Trenta e Quaranta, ha concretizzato le opere di sviluppo urbanistico della Milano moderna (Milano Fiera, Quartiere Sempione, Università Bocconi, progetto di Milano verde).

Giuseppe Pagano-Pogatschnig, l’uomo dalle grandi intuizioni e delle grandi battaglie per l’architettura razionale era tra i massimi esponenti del razionalismo italiano, ed i suoi meriti ingigantiti dalla sua capacità espositiva: direttore di “Casabella”, la storica rivista di architettura, che con la sua guida fu centro diffusore di idee moderne, avanzate ed a volte in polemica con i potenti del tempo. E Giuseppe Pagano era di tale forza morale da fare accettare le sue proposte anche ad altissimo  livello.

Nato il 20 agosto 1896 a Parenzo, in Istria, allora soggetta all’Austria, il padre Antonio Pogatschnig, funzionario di rango elevato dell’amministrazione asburgica, era archeologo di valore ed animatore del partito nazionale (clandestino) italiano. Per gli studi ginnasiali il giovane Giuseppe fu ospite a Trieste degli Stuparich, amici di famiglia ed il cui nome ricorre nella storia dell’irredentismo. Alla vigilia del conflitto fuggì a Padova, dove si arruolò nell’esercito italiano col nome di copertura Pagano (che negli anni successivi volle abbinato al nome di famiglia). Valoroso ufficiale, meritò tre decorazioni. I suoi familiari, tutti ferventi patrioti, rimasti a Parenzo furono internati nel campo di concentramento di Goellersdorf. Durante il conflitto fu catturato due volte dagli austriaci che però non lo identificarono e riuscì sempre a fuggire senza essere riconosciuto. E dopo la guerra partecipò con D’Annunzio all’impresa fiumana. Al rientro nella vita civile si iscrisse al Politecnico di Torino e frequentò i corsi della facoltà di architettura guadagnando un anno su cinque: si laureò a pieni voti con lode nel 1924.

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Giuseppe Pagano negli anni Trenta

La villa, oggetto della sua tesi di laurea, fu poi realizzata con poche varianti a Parenzo. All’epoca della sua attività professionale fu iscritto al partito fascista, ma dopo il 1942 avendo maturato una crisi nei confronti di questa identità politica si dimise dal partito. E successivamente entrò nel movimento socialista e nella resistenza. Arrestato dai tedeschi nel 1943 a Carrara, fu detenuto nelle carceri di Brescia, da dove organizzò una fuga in massa. Più tardi dovette sopportare l’incarcerazione a Milano, a Villa Triste ed a San Vittore e fu quindi deportato a Melk e poi a Mauthausen dove fu sempre incrollabile nel suo ottimismo e nella sua fede nel riscatto e nella libertà. Ferito dalle percosse di un aguzzino, e poi colpito da broncopolmonite traumatica, morì con stoico coraggio all’alba del 22 aprile 1945, proprio alla vigilia della tanto attesa liberazione. Era divenuto una larva umana, di soli 30 kg., per il duro lavoro coatto per lo scavo nella montagna di gallerie ad uso militare.

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Nel carcere di Brescia, dove fu tradotto dopo l’8 settembre 1943

Milano, che lo ha voluto onorare tra i suoi cittadini illustri, in precedenza gli aveva intitolato una strada, di certo non importante come quelle da lui ideate nei suoi piani regolatori, nei pressi del “Monte Stella”, in cui per ironia della sorte gli addetti al settore strade del Comune lo fanno morire già un anno prima, avendo scritto sotto al suo nome “1896 – 1944”.

Ed ora, nel 120° anniversario della nascita e nel 75° anniversario della fondazione dell’ateneo da lui progettato, il 20 dicembre 2016 l’Università Bocconi ha organizzato l’importante incontro “Da Pagano a oggi: architettura, università e città”, moderato dal giornalista del “Corriere della Sera” Pierluigi Panza. Nella introduzione dell’incontro, Bruno Pavesi, consigliere delegato della Bocconi, sottolinea: “Scopo di questa giornata è ricordare la storia e la vita di uno straordinario personaggio, ma anche di ricordare le nostre origini”. Marzio Romani, professore emerito di Storia economica dell’Ateneo, si è soffermato a sottolineare i valori dell’opera di Pagano, certamente all’avanguardia a quel tempo: “era un edificio dotato di riscaldamento, altoparlanti radio, ascensori, impianti di illuminazione per ambienti diversi. E un lavamani nelle aule, una bizzarria che all’epoca non fu molto apprezzata”.

Barbara Galli, docente al Politecnico di Milano, ha richiamato l’attenzione “sull’aspetto rustico e funzionale” delle creazioni di Pagano. Aldo Castellano, pure del Politecnico, ha evidenziato alcuni aspetti della personalità dell’architetto parentino: “aveva la personalità di un leader, era un forte aggregatore. Certamente da considerarsi il principale apostolo del modernismo italiano”. Mentre lo scrittore Stefano Casciani ne ha richiamato la particolare valenza artistica “I suoi interventi incisivi sono arte in tutti i sensi”.

L’incontro è stato occasione per la presentazione del volume “Architetture bocconiane”, a cura di Aldo Castellano e Marzio Romani, edito dalla stessa Università Bocconi, con l’ampio percorso evolutivo dell’Ateneo nei suoi 75 anni. Nella sua introduzione il presidente dell’ateneo Mario Monti ricordando alcuni personaggi fondamentali nella crescita della istituzione non manca la prima attenzione a Giuseppe Pagano. “[…] l’architetto fascista, antifascista, martire, morto senza rinnegare nulla delle proprie scelte politiche, è un punto di riferimento importante per l’evoluzione della cultura architettonica del Paese in senso modernista (e per questo contestato in vita, ma anche dopo)”.

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Il Treno Breda

L’opera dell’architetto parentino che avrebbe spaziato in numerosi campi metteva le iniziali radici a Torino, da cui prendevano corpo i primi riconoscimenti. E nello stesso periodo, anni Trenta, incrociava le sue idee con quelle di un altro architetto parentino pure di base a Torino, Umberto Cuzzi. E di entrambi si trova traccia in progetti architetturali di interni e di mobili. Nel 1936 emerge all’attenzione la progettazione del nuovo elettrotreno d’eccellenza della Breda, ETR 200, dalla confortevole accoglienza per i viaggiatori, antesignano dei moderni treni ad alta velocità. Tra gli impegni di prestigio sviluppati da Giuseppe Pagano, che nei primi anni di attività a Torino vinse il concorso per la realizzazione di due ponti sul Po, di rilievo la partecipazione alla realizzazione delle grandi esposizioni dell’epoca. Nel 1927 è a capo dell’Ufficio Tecnico della “Esposizione internazionale di Torino del 1928”, di cui sarà progettista di numerosi padiglioni. Nel 1930 la realizzazione (con Levi Montalcini) del Padiglione Italia alla Mostra di Liegi. Nel 1936 partecipa all’allestimento della VI Triennale di Milano. Nel 1937 partecipa alla direzione dell’allestimento interno del padiglione italiano all’Esposizione di Parigi. Nel 1940 alla VII Triennale di Milano allestisce la Mostra della produzione in serie. Nel 1941 durante la campagna militare tra Albania e Grecia idealizza un “Piano turistico della Dalmazia”. Una mente fervida, aperta al nuovo ed al futuro, con attenzione al bello ed al funzionale (razionalismo), di cui riprendiamo, per meglio comprenderne idee e soluzioni, la parte introduttiva dell’articolo che pubblicò in “Casabella” n. 170 – 171 (febbraio-marzo 1942) con le sue considerazioni sulla realizzazione della Università Bocconi di Milano. Abbiamo tralasciato la dettagliata descrizione dei diversi elementi progettuali, importanti ed interessanti, ma che al momento andrebbe oltre alle esigenze legate al ricordo del personaggio e dei suoi valori.

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Emissione per il centenario delle Ferrovie, col Treno Breda di Pagano

Idealista nella concretezza

La Nuova Sede della Università Commerciale Luigi Bocconi

Nella storia dell’architettura credo che ogni edificio rappresenti un piccolo o un grande dramma. Il dramma in generale si svolge tra il committente e l’architetto. Ma tra queste due persone principali si inseriscono spesso altri personaggi favorevoli o contrari al lieto svolgersi degli eventi, strane circostanze, fatali influssi celesti, disgrazie o fortune, accidenti o benedizioni.

Bisogna premettere che l’Università […] forte di una sua vita autonoma in continua evoluzione, non poteva più vivere nel suo vecchio edificio, angusto ed ormai superatissimo, pur essendo stato costruito nel 1904. […] Il presidente della Bocconi, Senatore Giovanni Gentile, inserì nell’accordo col Municipio una piccola frase: che il nuovo progetto sarebbe stato esaminato da un architetto di sua fiducia da nominarsi all’atto della presentazione dei disegni.

E quando l’Ufficio Tecnico Comunale presentò finalmente il progetto egli volle dare a me questo spiacevole incarico. Spiacevole, perché il progetto iniziale non rappresentava niente di sopportabile, anche se fosse stato sfrondato dei suoi vistosi attributi decorativi. Lo schema planimetrico col suo cortilone chiuso, con gli ingressi a smusso, con le sproporzionate altezze dei suoi corpi accidentati è abbastanza eloquente. Il consulto non poteva essere che negativo e pareva ormai che tutto dovesse finire così. Ma per effetto di quelle buone stelle che proteggono talvolta il destino delle cose, l’ing. Giuseppe Baselli, direttore dell’ Ufficio Tecnico Comunale di Milano, non volle puntare sul progetto allestito da un suo funzionario e accettò che l’Università scegliesse liberamente tra quello ed una mia eventuale nuova proposta sulla stessa area.

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Esterno dell’Università Bocconi di Milano

Scelta dal Consiglio di Amministrazione dell’Università la mia soluzione, affrontai la commissione edilizia municipale persuadendola alla concessione di un’area leggermente più vasta che potesse permettere un maggiore respiro e un migliore inquadramento urbanistico, studiai una sistemazione più razionale, cercai di conoscere e di risolvere meglio i bisogni della scuola ed allestii, completo e dettagliatissimo, il terzo progetto che venne presentato a tutti i crismi ufficiali e che giunse persino agli onori dell’appalto. Ma non era ancora la volta buona.

L’irrazionalità dei cortili, la pesante sproporzione delle scale e dei corridoi, la complessità dei servizi mal dislocati e soprattutto una monotona compattezza esteriore che poteva soddisfare soltanto le auliche esigenze delle commissioni governative, mi pesavano sulla coscienza come duri rimorsi. Tanto più che nel frattempo avevo scoperto meglio i veri bisogni della scuola, le vere condizioni urbanistiche della zona, le necessità e le abitudini di una economicissima gestione, la opportunità di limitare certe esigenze entro programmi più ragionevoli, e soprattutto l’occasione di ottenere dalla nuova architettura qualcosa che dicesse una parola più libera e meno convenzionale.

Rimodellato l’edificio, ridotta la pianta a schemi essenziali, distrutti i cortili chiusi, eliminate tutte le esigenze superflue e data maggiore sincerità a tutta l’architettura, il nuovo progetto venne allestito come una definitiva e vittoriosa liberazione.

Alla fine di settembre si iniziavano gli scavi, nel gennaio del 1938 si piantavano i primi pali di fondazione. Naturalmente le intenzioni artistiche non vollero né poterono abbandonarsi a divagazioni rischiose né ad esperimenti costosi. Il controllo architettonico si polarizzò soprattutto in una ricerca di unità concreta e serena, accettabile come pura dimostrazione di logica ed adatta ad una Università che non ha pesi di tradizioni negative e che ospita studenti civilmente orientati sul ritmo spirituale e morale della vita contemporanea.

Questo evidente desiderio di armoniosa semplicità, questo abbandono di ogni senso di clausura, questa fiducia nella buona educazione del prossimo e questo ottimismo verso la gioventù ha dato a me ed al mio collega [Gian Giacomo Predaval, n.d.r.] molte innegabili soddisfazioni, più che sufficienti per credere che questo nostro lavoro possa rappresentare una dimostrazione di quel clima civile che un’urbanistica veramente aggiornata dovrebbe creare in ogni angolo delle nostre grandi e piccole città.

(estratto da “Casabella” n. 170 – 171, febbraio-marzo 1942)

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L’esterno del Famedio di Milano

Note bibliografiche essenziali

Pagano – architettura e città durante il fascismo a cura di C. De Seta, Editori Laterza, Roma-Bari, 1990.

  1. Bassi, A., – L. Castagno, “I designerGiuseppe Pagano, Editori Laterza, Roma-Bari, 1994.
  2. Brunetti, Giuseppe Pagano – L’università Bocconi di Milano, Alinea Ed., Firenze, 1997.
  3. Castellano – M. Romano, Architetture bocconianeDa Pagano a oggi: gli edifici raccontano la storia di una università, Università Bocconi Editore, Milano, 2016.

Il Pantheon di Milano a cura di G. Taborelli – R. Santucci, Chimera Editore, Milano, 2005.

Pagine sparse

 L’architetto littorio che finì in un lager, C. Fabrizio Carli, Il Giornale, Milano, 22 aprile 1995.

Il Pantheon dei milanesi illustri, Corriere della Sera, Milano, 7 giugno 1998.

Civiltà dell’abitare, F. Irace, Il Sole 24 ore, 29 novembre 1998.

Fascista, antifascista, infine martire, le tre vite di Giuseppe Pagano, Corriere della Sera, Milano, 21 dicembre 2016.

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