La «sciabica». Storia e umanità in una rete da pesca

Per quanti non ne abbiano mai sentito parlare, il termine «sciabica» potrà suonare oscuro e indecifrabile, e non del tutto a torto. La forma italiana deriva dall’arabo shabaka e sta ad indicare una rete a strascico molto usata da tempi remoti nel basso e medio Adriatico – dalla Puglia all’Abruzzo alle Marche – per catturare sottocosta pesci di piccole dimensioni ma grande valore nutrizionale.
Lunga alcune decine o centinaia di metri, la sciabica era alta all’incirca un metro e terminava con opportune cime utili a trascinarla; le venivano quindi applicati dei piombi mentre la superficie veniva dotata di sugheri perché rimanesse perpendicolare rispetto al fondo. La semplicità dell’uso rese questa rete, calata a semicerchio da una piccola imbarcazione, molto apprezzata e diffusa tra le marinerie: a Brindisi dette il nome ad un intero quartiere, il più antico della città, fulcro, come altrove nel litorale, delle attività di pesca: demolito nel secondo dopoguerra, ne rimane la memoria nella tiponomastica popolare, così come se ne ricordano gli «sciabicotti», i suoi antichi abitanti.

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Una cartolina del quartiere Sciabiche di Brindisi, primo Novecento (foto Sagid/Iccd)

Una rete di porto in porto

Ma quella remota tradizione, nota anche come «pesca alla tratta», rimane nel patrimonio materiale di altri luoghi, come Manfredonia, per restare in Puglia; quindi a Tortoreto, Giulianova, Roseto e Vastoin Abruzzo; a Civitanova, Porto Recanati, Porto Potenza (Potenza Picena), Falconara Marittima, Fano, Pesaro e Senigallia nelle Marche.
Di porto in porto, dunque, questa modesta e antica tecnica ha assunto nel tempo un valore non solo economico, ma anche identitario per le genti vissute con le sole risorse della pesca. Tanto radicato ne è il ricordo, e forse la gratitudine, che ai nostri giorni in quelle località la si celebra annualmente, nella stagione estiva, in rievocazioni storiche che prevedono il lancio di una rete tirata successivamente a mano dai pescatori sino alla riva.

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Vasto, la pesca con la sciabica in una cartolina a colori

Limitare l’uso per conservare l’ambiente

La progressiva attenzione verso la conservazione del patrimonio ittico e marino dall’eccessivo sfruttamento ha condotto le autorità italiane competenti – anche su sollecitazione della Commissione Europea – a regolamentare la pesca con sciabica o «a tratta» con disposizioni di legge, creando anche appositi «piani operativi di gestione» volti a razionalizzare e limitare dove necessario – se non proibire del tutto – aree, quantità e frequenza delle attività di pesca. Le più recenti disposizioni in tal senso consentono un uso circoscritto della sciabica, limitando anche la tipologia del pescato.

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Una recente rievocazione della pesca con la sciabica sul litorale marchigiano

Una risorsa per un turismo curioso

La tradizione marinara, così forte e radicata, non si rassegna tuttavia alla scomparsa della memoria, che non riguarda soltanto la rete dall’arcaico nome arabo, ma più ampiamente le professionalità maturate intorno all’antica risorsa dell’uomo: maestri d’ascia, maestri calafati, velai, riemergono da un’epoca ormai pressoché sconosciuta ai più per animare ancora ai nostri giorni una rappresentazione che rende omaggio alle generazioni passate e si rivela gradito intrattenimento per il turista, e rispettabile promozione per le località interessate.

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