Dai fondali d’Istria, Quarnero e Dalmazia i tesori antichi rivivono a Trieste

Nel mare dell’intimità, l’archeologia subacquea racconta l’Adriatico

 

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Fotografie di Gisella Sanvitale (cliccare sulle foto per ingrandirle)

 

Pare dialoghino tra loro, gli straordinari reperti archeologici provenienti dall’alto Adriatico esposti dal 17 dicembre 2017 al 1° maggio 2018 nei suntuosi spazi dell’ex Pescheria, oggi Salone degli Incanti, di Trieste, ad un passo dalle Rive sotto le quali sciaborda il mare. Provengono dai fondali istriani, quarnerini, dalmati, da Aquiliea, dal Salento, da Brindisi e da Comacchio queste meravigliose testimonianze dell’arte e della cultura antiche, che ci narrano di civiltà avanzate, di commerci intensi, di stili di vita raffinati.

L’esposizione, frutto eccellente di collaborazioni interadriatiche tra le istituzioni museali di Italia, Croazia, Slovenia (quest’ultima con il Museo del Mare “Sergej Mašera” di Pirano) e Montenegro, è curata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia, dal Comune di Trieste, dal Mibact e da una lunga serie di enti e partner nazionali e internazionali.

Ben in le 11 sezioni: Lo spazio Adriatico, I porti e gli approdi, Le navi, Le merci, Gli uomini, Le attività, Le guerre, I luoghi sacri, Le migrazioni, La ricerca sotto il mare. Tutto in un suggestivo spazio di oltre 2.000 metri2, con più di 300 reperti in prestito dal Museo dell’Archeologia Subacquea di Grado e dall’Archeologico Nazionale di Aquileia.

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Una suggestiva immagine dell’allestimento

Collocate in un curioso allestimento che richiama la carena di una nave e paesaggi d’acqua e fondali vorticosi, le opere esposte, circa mille, evidenziano una storia complessa e stupefacente di relazioni, di saperi, di itinerari adriatici, «strade liquide lungo le quali si sono create una lingua comune, una comunità e un’identità fortemente unitaria», come si legge nella presentazione. 

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L’«Amazzone di Parenzo» II-III sec. d. C.

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Società opulente

Ammirevoli, tra le altre opere esposte, l’«Amazzone di Parenzo», così denominata perché rinvenuta nelle acque della città istriana, e la raffinata «Dea da Lissa», la testa di Artemide – forse del III sec. d.C. – dalla ricca acconciatura, che ben rappresenta l’opulenta economia dell’isola dalmata in epoca antica grazie alle produzioni di vino pregiato e di fornaci locali, apprezzate entrambe da un ampio mercato che contemplava la Dalmazia, la Liburnia, l’Istria e il territorio italico con Adria.

Da Cherso giungono invece le tre «teste imperiali» in marmo, una delle quali di Augusto, conservate nel Museo di Lussino; da Lussino, sia pure in replica, giunge anche il magnifico Apoxsyomenos, copia romana del I sec. a.C. di un’originale greco del IV sec.

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La «Dea da Lissa»

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La sagoma dell’Apoxsyomenos, esposto in replica

Dal porto romano di Salona giunge invece il torso acefalo di Ercole in atteggiamento di riposo (I-II sec. d.C.), custodito nel Museo archeologico di Spalato; mentre dal Museo di Ragusa di Dalmazia finissime ceramiche ottomane del XVI sec. recuperate nell’isola dalmata di Meleda (Mljet).

Il Navarca. L’ammiraglio di Aquileia

Tra le meraviglie esposte impossibile non citare il Navarca di Aquileia (I sec.d.C.), personaggio di alto rango militare, il comandante di una flotta, come si è dedotto dal ritrovamento di un rostro di nave nell’area sepolcrale in cui è stata rinvenuta la statua. Bisogna ricordare che le imbarcazioni provenienti dall’Adriatico approdavano ad Aquileia, emporio e terminale delle rotte adriatiche, grazie ad un sofisticato sistema portuale di vie d’acqua naturali e artificiali, ben attrezzate di magazzini e di banchine.

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Il Navarca

Quanto fossero intensi i commerci in quel quadrante marittimo lo comprovano i carichi rinvenuti al largo della laguna di Grado nel relitto della Iulia Felix, nave “mercantile”romana del II secolo d.C. Il suo  carico di salse e conserve di pesce era composto in oltre 600 anfore, provenienti da Egeo orientale, Tripolitania, Tunisia, Campania, emilia Romagna e Alto Adriatico. 

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La riproduzione della sezione trasversale della Iulia Felix, con il suo carico

Cultura materiale e antropologia del mare

Cultura materiale e antropologia del mare sono rappresentate, tra i molti altri reperti, dal Diorama in legno e gesso di una salina di Semedella (Capodistria) del XX sec., e dalla documentazione sull’«epopea degli uscocchi», ritratti e oggetti prestati dal Museo marittimo e storico di Fiume e da collezioni private. Due le particolari imbarcazioni esposte: lo «zoppolo di Aurisina», barca ricavata da un solo tronco ligneo, adoperata anche in alcune aree del Quarnero, e i resti di una rarissima «nave cucita» ritrovati nel mare di Umago e databili tra il XII e il X sec. a.C.: nel suo caso il fasciame veniva “cucito” mediante cordami infilati in canaletti. Analoghi relitti, datati però tra I e II sec. d.C., sono emersi dal mare di Pola e in Dalmazia. E non meno avvicente è la nave romana recuperata a Comacchio insieme con un prezioso carico e i  quotidiani corredi dei marinai.

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La Mostra, per quanto ampia e variegata, non si chiude comunque in sé: intorno al suo tema è prevista una lunga serie di eventi, rievocazioni, memorie storiche, proiezioni, consultabili alla pagina http://www.nelmaredellintimita.it/eventi/.

Mare come vicinanza, vuol significare questa inedita esposizione di antiche testimonianze delle intense relazioni inter-adriatiche, «giacimenti sommersi» di una densa rete di affinità e di intersezioni che ne hanno formato la civiltà e comuni linguaggi. Non di solo passato remoto ci narra la Mostra al Salone degli Incanti, ma di opportunità comuni e interscambiabili per il presente, cogliendo dell’antico la saggezza e l’audiacia.

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Nel mare dell’intimità. L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico

Trieste, Salone degli Incanti, dal 17 dicembre 2017 al 1° maggio 2018

info@nelmaredellintimita.it / +39 040 3226862

 

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