Vele in Adriatico – Nella collezione di Mario Marzari la storia della marineria

«Il volume vuole illustrare i diversi porti del bacino adriatico, ma soprattutto le imbarcazioni tradizionali in uso lungo queste coste nell’ultimo periodo della vela»: così si presenta la preziosa, e ormai introvabile, pubblicazione di un appassionato cultore della marineria adriatica, Mario Marzari, nella quale sono riprodotte diverse e rare cartoline d’epoca della sua collezione, una settantina tra le oltre duemila e cinquecento. Con l’avvento della propulsione a motore, la vela sarebbe stata consegnata per sempre al passato: ma non per questo avrebbe perso il suo fascino, giunto sino ai nostri giorni, come questo volume comprova.

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Se in area adriatica si enumeravano tipi molto diversi di imbarcazioni –scrive l’autore– la relativa distanza tra le due sponde favorì l’intercambio delle conoscenze. Trabaccoli, pieleghi, brazzere, guzzi, leuti, e ancora barchetti, bragozzi, paranze, lance, topi, gaete e batane rappresentarono un ampio catalogo di mezzi atti al trasporto, anche di passeggeri, e alla pesca.

Nel trascorrere del tempo buona parte di questi scafi sono ormai scomparsi, altri adattati al trasporto della sabbia dei fiumi o delle merci nella laguna veneta. Ma la suggestione quasi romantica di quelle imbarcazioni non si è affievolita e si è riversata anche nei racconti di grandi autori e nelle rievocazioni che ai nostri giorni richiamano, a beneficio dei turisti, l’antica marineria.

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Le vele, energia, forma e colore

Caratteristica comune tra le barche da pesca in Adriatico erano le colorazioni delle vele, solitamente il giallo e il rosso perché di più facile reperimento e meglio visibili. Questa usanza, rammenta Marzari, nacque a Chioggia e da qui si diffuse lungo le coste ad eccezione della Dalmazia. Si usava anche “personalizzare” la vela dipingendovi almeno una delle 9 simbologie più ricorrenti (che però l’autore non menziona), o alcune raffigurazioni a carattere religioso o marinaro, quasi a creare «un’araldica dei pescatori».

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Ancora nel Seicento la vela «latina», era ampiamente diffusa nella marineria minore, unitamente alla vela «quadra», entrambe successivamente superate dalla «vela al terzo» o «al quarto». Molti e importanti «porti di armamento» delle imbarcazione furono, tra gli altri, Chioggia, Venezia, Trieste, Rovigno, Pola, Fiume, Lussino, Zara, Spalato, Ragusa di Dalmazia; canteri specializzati nella costruzione dei legni si trovavano anche a Pirano, Cherso, Traù e Curzola.

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Studioso entusiasta della civiltà adriatica, Marzari ha qui dedicato intense pagine alla sua storia, «influenzata per secoli da due grandi poli marinari […] Venezia e Ragusa», nel tardo XVIII secolo sostituite dagli scali di Ancona (porto franco pontificio dal 1732), Trieste, Fiume e Spalato. Nel XIX secolo l’avvento in Adriatico dell’impero austriaco determinò la revisione dei distretti e circondari marittimi, suddivisi in nuovi comparti, dal Litorale delle contee di Gorizia e Gradisca sino al Litorale dalmato che giungeva a includere Spizza, all’altezza del bacino lacustre di Scutari, nell’odierna Albania.

Si apriva ormai una nuova stagione della marineria, che dagli anni Cinquanta dell’Ottocento avrebbe segnato il definitivo tramonto delle antiche e consolidate tradizioni in uno specchio d’acqua che Fernand Braudel definì «forse la regione marittima più coerente», perché «da solo, […] pone tutti i problemi impliciti nello studio dell’intero Mediterraneo».

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Mario Marzari, Vele in Adriatico, 

EdiCart, Legnano 1993, pp.144

Tutte le immagini riprodotte sono tratte dalla sua pubblicazione

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