Chiamarsi (oggi) “Comunità Nazionale Italiana”. Quando le parole fanno le cose

crs_-logo  di Paola Delton per CRSR Centro Ricerche Storiche di Rovigno

 

Un saggio rilevante, questo che pubblichiamo grazie alla rinnovata collaborazione con il CRS rovignese, che propone un approfondito esame storico e sociologico della condizione minoritaria della componente italianofona nel secondo dopoguerra in Istria. La sua lettura permetterà di riflettere sulla complessità del contesto di cui tratta e la portata storica dei mutamenti che ne sono conseguiti.

 

Etnonimo è la parola che indica il nome di un gruppo etnico. Apparentemente chiara, essa non ha valore se non è concepita nei confronti dell’altro. Infatti, l’etnonimo di ciascuna comunità riflette un mondo e un sistema culturale particolare: è la prima linea di confine tra gli uni e gli altri, tra il proprio mondo e quello altrui, e soprattutto esprime appartenenza e identità. L’identità etnica non è una categoria stabile nel tempo, è anzi l’esito di processi di ibridazione e negoziazione reciproca, significativi in un ambiente in cui avvengono frequenti e importanti cambiamenti socio-politici. Alla luce di queste poche ma doverose frasi introduttive, nel contributo che segue verranno elencate in maniera ragionata le denominazioni più rilevanti, usate a partire dalla seconda metà del Novecento, della comunità umana che oggi – 2018 – si autodefinisce Comunità Nazionale Italiana, spesso usando l’acronimo CNI, ovvero nell’espressione orale “la cienneì”, e comprende gli individui autodichiaratisi di nazionalità italiana[1] che in seguito ai cambiamenti politici e territoriali conseguenti alla seconda guerra mondiale hanno continuato a risiedere nella propria regione storica in Croazia e Slovenia.

Per individuare le prime forme di nominazione di questo gruppo, consideriamo i documenti chiave della sua storia nel periodo del secondo conflitto mondiale. In questo caso, come in tutti quelli che seguiranno, dobbiamo interpretare il processo di nominazione alla luce della linguistica saussuriana che ha isolato e riconosciuto il valore del significante, inteso come entità presente che rinvia all’entità assente, il significato. Alla luce di questo insegnamento, citiamo il filosofo del linguaggio J. L. Austin il quale ha affermato che “le parole fanno le cose”; crediamo che anche nel nostro caso di studio le scelte linguistiche compiute abbiano influenzato il processo identitario tuttora in corso. Ricordiamo, infatti, che “il termine di nominazione suggerisce che quest’ultima produce un effetto su ciò che è nominato e anche su colui che nomina: non si tratta di una semplice denominazione, di un’etichetta posta su una cosa o su un essere”[2].

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Istria, località non identificata, sull’edificio ancora visibile la scritta «noi siamo italiani»

Partiamo dalla presa di coscienza del proprio essere “altro” all’interno del Movimento di liberazione controllato dalle forze jugoslave (croate e slovene), conseguente all’adesione allo stesso dopo le contestazioni del PCI (5 gennaio 1944) riguardanti l’annessione dell’Istria, di Fiume e degli altri territori italiani alla Jugoslavia[3]. Così nell’ “Appello agli italiani dell’Istria” (11 luglio 1944), abbozzato nel corso dell’incontro di Čamparovica (Albona), incontro di sei persone, di cui tre italiani[4], che gettò le basi di un’organizzazione che aveva allora lo scopo di mobilitare gli antifascisti italiani e che fu denominata “Unione degli Italiani dell’Istria” (solo più tardi si aggiungerà “di Fiume”), si parla di italiani dell’Istria; italiani dell’Istria e di Fiume; popolo italiano dell’Istria; italiani; popolazione italiana[5]. Queste denominazioni hanno senso nell’appello, firmato dal Comitato provvisorio della nuova organizzazione, in quanto “altro” rispetto al “popolo croato dell’Istria” o “croati dell’Istria”[6].

Il 6 marzo 1945, a Zalezina (Delnice)[7], si forma il Comitato Esecutivo dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (UIIF), il quale firma un “Proclama agli Italiani dell’Istria e di Fiume” (d’ora in poi avremo sempre la doppia specificazione): in esso, oltre a quest’ultima denominazione, compare fin dalle prime righe la minoranza italiana dell’Istria e di Fiume[8] (ciò alla luce della convinzione che “l’avvenire prosperoso di tutta la nuova Jugoslavia si basa sullo spirito di fratellanza che anima i suoi popoli in lotta per la libertà”[9] – uno di questi popoli è quello italiano che rispetto agli altri, in primis quello croato della Croazia federale, risulta numericamente inferiore). Già nell’estate del 1944 era stata usata tale denominazione, così come si legge in alcuni scritti nel foglio Il nostro giornale: “La minoranza italiana dell’Istria è oggi in lotta senza quartiere contro l’oppressione […]. Prepariamoci a lavorare per il benessere della nostra minoranza nella fraterna comunità dei popoli della Jugoslavia”[10]. Il concetto di minoranza appare chiaro anche nella lettera inviata dall’UIIF alla presidenza dello ZAVNOH il 10 novembre 1944: “Noi abbiamo riconosciuto le aspirazioni della maggioranza croata a unirsi alla madrepatria e abbiamo accettato le deliberazioni dello ZAVNOH e dell’AVNOJ che ci garantiscono il rispetto di tutti i nostri diritti nazionali e politici […]. Nel corso della lotta comune abbiamo formato l’UIIF che, quale organizzazione politica, rappresenta nel FUPL la minoranza italiana[11].

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Pola, un’immagine d’epoca dell’Arena

 In occasione della prima Conferenza plenaria dell’UIIF (3 giugno 1945) gli esponenti del Comitato esecutivo dell’UIIF vollero rimarcare il concetto secondo il quale nel 1945 (epoca in cui la componente italiana era ancora largamente maggioritaria nei principali centri urbani) alla comunità italiana doveva essere attribuito il ruolo di minoranza[12]. Volendo citare anche gli aggettivi che in questo contesto vengono usati per specificare di quali italiani si sta parlando, si veda questa frase: “Gli unici italiani ‘tollerabili’ nelle zone liberate potevano essere quelli ‘onesti’ che, consapevoli dei propri torti storici, avrebbero accolto incondizionatamente le tesi jugoslave, ed accettato di vivere in una condizione subalterna di minoranza”[13] (nelle tesi propagandistiche dell’UIIF, ideologicamente condizionate dal potere jugoslavo, gli italiani venivano divisi in ‘onesti italiani’ e ‘seguaci dell’imperialismo italiano e della reazione internazionale – nemici del vero popolo italiano’, tra i quali potevano essere posti tutti gli antifascisti democratici italiani dell’Istria e di Fiume che non intendevano accettare le pretese territoriali jugoslave e che non avrebbero mai accettato di relegare la propria componente al ruolo di minoranza)[14].

Concessi alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, il Quarnero e Zara (nonché costituito il Territorio Libero di Trieste) si realizza il dramma dell’esodo della popolazione italiana (e non solo) di queste terre. Da allora in poi, e in maniera ancora più evidente dopo l’assegnazione della Zona B alla Jugoslavia (1954) e lo svuotamento delle località del Buiese e Capodistriano, la denominazione minoranza italiana sembra lasciare spazio ad un’altra (senza però scomparire): gruppo nazionale italiano (anche GNI), che rispetto alla prima non porta l’accezione del significato relativo alla quantità. Nei documenti dell’UIIF degli anni ’60 essa compare in maniera esclusiva, quasi sempre con l’iniziale maiuscola (“è necessario sollevare la questione della rappresentanza qualificata del Gruppo Nazionale Italiano, dell’Unione, dei Circoli Italiani di Cultura nei vari organismi politico-sociali, nel meccanismo in genere della nostra vita democratica”; XII Assemblea dell’UIIF, relazione del presidente Antonio Borme, 30 ottobre 1965)[15]. L’uso della maiuscola non risulta banale e, anzi, legittima la nominazione dando alla stessa quasi una connotazione di sacralità, una sorta di “battesimo”. Accanto a questa sarà usata inoltre la variante gruppo etnico italiano, mentre non scomparirà nemmeno l’uso della coppia minoranza nazionale italiana / minoranza etnica italiana, con o senza l’uso della maiuscola (esiste anche la variante italiani della minoranza)[16].

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Franz Johan Josep von Reilly, carta dell’Istria, XVIII secolo (part.)

Per una breve riflessione sulla coppia nazionale/etnico conviene citare Antonio Borme (1988): “la questione nazionale nell’immediato dopoguerra non poteva attirare l’attenzione di questi Italiani (= una comunità etnica che volontariamente, coscientemente ha scelto di essere minoranza) nell’enorme maggioranza di educazione e di orientamento antifascista, socialista […] che costringeva il nazionale ad una costante subordinazione rispetto al classista nel confronto sociale”[17]. L’aggettivo “nazionale” verrà dunque preferito a partire dal momento i cui “i cittadini di nazionalità italiana avvertirono i primi sintomi della crisi della loro identità, si resero conto delle flagranti violazioni delle promesse ideali che avevano determinato la loro scelta […]. Solo i primi orientamenti programmatici del 1968 e del 1974 posero teoricamente e praticamente con chiarezza la questione dell’identità nazionale”[18].

Approfondisce il concetto Giovanni Radossi (2002): “questo sofferto cammino ha condizionato la sua (della minoranza dell’Istria, Quarnero e Dalmazia) esistenza sino ai giorni nostri, nonostante i numerosi tentativi di vincere le avversità, di cementare la sua coesione, di rafforzare la sua coscienza, di definire in maniera inequivocabile la sua identità non solo etnica ma soprattutto nazionale”[19] (notiamo che agli albori del XXI sec., ormai smembrata la Jugoslavia e affermate le Repubbliche indipendenti di Slovenia e Croazia, nella specificazione del concetto di “minoranza” non si ha più Fiume, ma Quarnero e Dalmazia). Anche oggi l’aggettivo “nazionale” è largamente usato, in un momento di forte crisi identitaria e meglio in una fase avanzata di ibridazione e negoziazione, soprattutto nella locuzione Comunità Nazionale Italiana, che sembra essere il nome di battesimo attualmente in uso, ma che non è di recente formazione, se lo troviamo nel 1981 nell’articolo di apertura (sull’attuazione della socializzazione) di un numero della rivista “Panorama” (17/1981): “Attualmente i problemi della Comunità nazionale italiana, indipendentemente dalle repubbliche nella quale vive e opera, vengono discussi essenzialmente da coloro che li vivono in prima persona”.

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Solo più recentemente tale denominazione può apparire al plurale, ovviamente dopo la spaccatura del gruppo etnico in due tronconi in seguito allo disfacimento della Jugoslavia. Spesso si ha l’aggiunta dell’aggettivo “autoctono”, con il seguente risultato: comunità nazionale/i autoctona/e italiana/e. Accanto a queste denominazioni, ufficiali, ne esistono numerose altre usate da giornalisti, politici, esponenti del gruppo etnico in questione, intellettuali, ecc. benpensanti e malpensanti, così di qua come al di là dei confini. Sarà proprio il “dove” a determinare caratteristiche e specificità delle denominazioni; ne citiamo alcune senza approfondire il processo di nominazione che ne sta alla base. In un articolo sul viaggio degli ex combattenti del battaglione italiano “Pino Budicin” nei luoghi di battaglia del Gorski Kotar compare naši talijani (nostri italiani), riferito appunto ai combattenti italiani e venuto dalla voce degli abitanti del luogo (“Panorama”, 18/1981). Seppur con valore restrittivo rispetto al gruppo etnico nella sua interezza, lo consideriamo significativo, soprattutto perché quasi contemporaneamente c’è chi a Roma definisce ‘nostri’ (in corsivo e tra virgolette nell’originale) gli italiani dell’Istria, in occasione della visita di una delegazione dell’UIIF e delle sue istituzioni al Presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, il 17 ottobre 1984: “C’è chi sostiene che il numero dei ‘nostri’ sia un po’ più alto, perché al censimento, per ragioni di ordine politico ovvero per il prevalere nelle famiglie sorte da matrimoni misti […] molti si sarebbero dichiarati ‘jugoslavi’”[20].

Resta l’incognita se il “nostri” sia da intendersi come quelli di cui si parla nell’articolo, oppure “nostri” perché italiani, seppur con l’uso del corsivo e delle virgolette, equiparabili quindi agli italiani di fuori, oppure agli italiani di oltre confine, così come si legge in uno scritto del 1987 che illustra il gruppo nazionale italiano e in cui si auspica che il governo italiano incrementi le iniziative di sostegno a suo favore (nello stesso testo sono presenti anche le locuzioni piccola comunità fuori d’Italia e gruppo nazionale italiano in Jugoslavia)[21]. Variante molto diffusa di quest’ultima la definizione italiani di Jugoslavia, ad es. in un articolo del quotidiano “La Voce del popolo” (EDIT, 1988) in occasione della visita di una delegazione della Regione Veneto al Centro di ricerche storiche[22] (oggi italiani di Croazia/di Slovenia/di Croazia e Slovenia). Nello stesso anno la rivista fiumana “Panorama” (5/1988) apre con un articolo intitolato “Quegli italiani ‘nascosti’ ”, un’intervista sul futuro del gruppo nazionale italiano in Jugoslavia, nel quale il riferimento è alla riduzione del numero a causa del loro nascondersi dietro a un’altra categoria di cittadini (nel censimento del 1981)[23].

Diffuso anche il nome etnia, usato senza aggettivo in quanto autoreferenziale (“C’è un domani per l’etnia?”, titolo di una lettera della CI di Parenzo alla dirigenza UIIF, 1988[24]), mentre a Trieste lo troviamo con l’aggettivo, come nella rubrica “Contropelo” sulla rivista “La Voce libera” del 1981, dove si legge: “la superstite ‘etnia italiana’ [si notino le virgolette] residente ancora in Istria e a Fiume…”. Da segnalare che una collana del CRS di Rovigno porta proprio il nome “Etnia”; nella prefazione si legge che vuole essere “un’introduzione ed apertura al dibattito sulla fenomenologia nazionale-minoritaria relativa alla popolazione italiana del territorio[25]. “Etnia” è anche una sezione della rivista “Panorama” (EDIT) su argomenti strettamente legati al mondo della CNI.

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Tralasciando altre definizioni, come Italiani sbagliati (recentemente, nel 2010, titolo del documentario del regista Diego Cenetiempo (nell’immagine in alto) che riprende ciò che Pier Antonio Quarantotti Gambini disse di sé nell’intervista pubblicata da G. A. Cibotto sulla “Fiera Letteraria” nel 1964[26]) e altre più o meno pittoresche (gli sradicati, gli emarginati)[27], concludiamo con la dicotomia “esuli/rimasti”: il secondo termine, i rimasti, viene comunemente usato per indicare coloro che non presero la via dell’esilio dalla propria terra in seguito alle vicende del secondo conflitto mondiale e dunque “rimasero”, cioè “non partirono”. Lo troviamo in un articolo di “Panorama” (EDIT, 3/1991) sui risultati delle prime elezioni libere della CNI: “Questi i dati incontrovertibili che confermano la ripresa del Gruppo Nazionale e l’avvio – si spera – di un nuovo capitolo per la ‘Comunità dei rimasti’”. Usato soprattutto con valore di aggettivo (“italiani rimasti”), e in un primo tempo in coppia con “andati”, si è affermato come esito di nominalizzazione a partire dagli ultimi anni Novanta, per risultare oggi molto diffuso, in vari ambiti, così nello scritto come nel parlato, in situazioni informali e formali.

Il suo esser parte di una dicotomia è chiaro in un contributo di Ezio Giuricin, intitolato “Ricomposizione tra esuli e ‘rimasti’”, pubblicato subito dopo il primo raduno mondiale degli esuli istriani, giuliani e dalmati, tenutosi a Trieste nel settembre del 1997: “Il recente raduno […] ha messo in risalto alcuni nodi ancora aperti relativi al rapporto tra ‘andati’ e ‘rimasti’; “articolare delle proposte atte ad edificare un rapporto sereno e costruttivo con gli italiani […] rimasti”[28]. Tre decenni di riflessioni, incontri e scontri nei/sui mondi degli esuli e rimasti, durante i quali in molti si sono chiesti chi sono gli uni e chi sono gli altri, con l’orientamento più recente di considerare “rimasti” solo coloro che negli anni dell’esodo non intrapresero la via dell’allontanamento dalla propria terra, e di conseguenza non coloro che per ovvi motivi anagrafici non parteciparono a quegli eventi, i quali andrebbero chiamati semplicemente “italiani” (2018)[29]. Come abbiamo potuto costatare, la scelta e l’uso della denominazione della comunità umana in questione dipende da molti fattori e lo studio di tale processo può dirci molto riguardo alla sua storia.

 

[1] Nell’ottica dei censimenti prima jugoslavi e poi croati/sloveni, dove si distingue tra cittadinanza, come appartenenza ad una nazione in base alla residenza, e nazionalità che è senso di appartenenza ad una nazione e/o lingua-cultura.

[2] Cfr. la voce “nominazione” (secondo Jacques Lacan) in: Roland Chemama – Bernard Vandermersch (a cura di), Dizionario di psicanalisi, (trad. it.), Roma, Gremese, 2004, p. 226.

[3] Cfr. Ezio e Luciano Giuricin, La Comunità Nazionale Italiana, Rovigno, Centro di ricerche storiche di Rovigno, 2008 (Etnia X), vol. I, p. 51 e passim.

[4] Vd. Ezio e Luciano Giuricin, La Comunità Nazionale Italiana…, vol. I, p. 61.

[5] Giovanni Radossi, “L’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Documenti: luglio 1944-I maggio 1945”, Quaderni, Rovigno, Centro di ricerche storiche, vol. II, (1972), p. 249-151.

[6] Ibidem.

[7] Nel Gorski Kotar era dislocato il battaglione partigiano italiano “Pino Budicin” che svolse un ruolo politico fondamentale nella riunione di Zalezina.

[8] G. Radossi, “L’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume…”, p. 284.

[9] “Resoconto sulla riunione del 6 marzo 1945”, in Giovanni Radossi, “L’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume…”, p. 287.

[10] Il nostro giornale, n.7, 26 agosto 1944; in G. Radossi, “L’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume…”, p. 236.

[11] Ezio e Luciano Giuricin, La Comunità Nazionale Italiana…, vol. II, p. 61. Significato degli acronimi citati: ZAVNOH – Consiglio territoriale antifascista popolare di liberazione della Croazia, AVNOJ – Consiglio popolare antifascista di liberazione della Jugoslavia; FUPL – Fronte unico popolare di liberazione.

[12] Ezio e Luciano Giuricin, La Comunità Nazionale Italiana…, vol. I,  p. 94.

[13] Ivi, p. 97

[14] Ivi, p. 94.

[15] Ivi, p. 156.

[16] Il Meridiano di Trieste, a. XVII, 1988 (“La rivolta degli italiani d’Istria”).

[17] Antonio Borme, “Riflessioni sull’identità nazionale” (dicembre 1988, Ricerche Sociali I, CRS Rovigno), in La minoranza italiana in Istria e a Fiume, Rovigno, Centro di ricerche storiche di Rovigno, 1992 (Etnia III), p. 306.

[18] Ivi, p. 307-308.

[19] La Ricerca, Rovigno, Centro di ricerche storiche di Rovigno, n. 33-34, 2002.

[20] Il Giornale d’Italia, “Sono venuti a Roma in trecento. Oggi da Pertini gli italiani dell’Istria”, di Graziano Motta, s.d. (in ARCRSV).

[21] Rinascita, n. 9, sabato 7 marzo 1987 (si tratta dell’articolo “Quella piccola comunità fuori d’Italia”, di Claudio Tonel, vicepresidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia).

[22] La Voce del popolo, EDIT, Fiume, 12 maggio 1988.

[23] Si tratta dell’intervista a Stanislav Škrbec, presidente della Commissione per l’informazione della Conferenza intercomunale (MOK) della LC della CdC di Fiume.

[24] Ibidem.

[25] Nelida Milani – Kruljac, La Comunità italiana in Istria e a Fiume. Fra diglossia e bilinguismo, Rovigno, Centro di ricerche storiche di Rovigno, 1990 (Etnia I), p. 2.

[26] Vd. Pier Antonio Quarantotti Gambini, Opere scelte, a cura di Mauro Covacich, Bompiani, Milano, 2015.

[27] La Voce del popolo, EDIT, Fiume, 11 ottobre 1989 (in uno scritto-riflessione di Miroslav Bertoša sulla storia, cultura e storiografia del gruppo nazionale italiano).

[28] La Ricerca, Rovigno, Centro di ricerche storiche di Rovigno, n. 19, 1997.

[29] Si è espresso recentemente in questi termini anche il direttore del CRS di Rovigno, Giovanni Radossi, e precisamente nel maggio del 2018 a Rovigno, nel corso del suo saluto in occasione della conferenza stampa di presentazione di una delle pubblicazioni del Centro.

 

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