L’antica figura del “Provveditore alla Sanità” in Istria

crs_-logo di Rino Cigui per il Centro Ricerche Storiche di Rovigno

 

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Alain Manesson Mallet, Stato della Repubblica di Venezia, 1719

La comparsa della peste, concetto oggi riferito ad un morbo specifico ma utilizzato in passato per indicare tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità[1], rappresentò sicuramente uno degli avvenimenti storici più devastanti in quanto finì per condizionare il vissuto umano, decimando le popolazioni, causando rotture dell’organizzazione sociale, distruggendo le strutture produttive. Il morbo, con il suo agire misterioso, rapido e violento, rappresentò per l’Istria uno degli avvenimenti storici più sconvolgenti, i cui riflessi sociali, politici, economici e culturali furono avvertiti anche nei decenni successivi alla sua scomparsa. La grande mortalità causata dalla sua rapida diffusione, associata alle lacunose conoscenze epidemiologiche dell’epoca, incapaci di spiegarne la genesi, seminarono il panico in tutta la provincia, rendendo difficoltosa una qualsiasi differenziazione tra la peste vera e propria e le altre forme di contagio, che si alternarono o accompagnarono alla malattia.

Dopo la catastrofica pestilenza che aveva martoriato i territori della Serenissima negli anni 1630-’32, Venezia avvertì la necessità di un radicale cambiamento nell’approccio alla terribile infezione, il quale, si capì, doveva puntare su un’attenta e scrupolosa politica sanitaria gestita dal governo e non, come capitava sovente, essere demandato a istituzioni locali le cui iniziative profilattiche si erano rivelate, il più delle volte, intempestive ed inefficaci. La terribile manifestazione epidemica del 1630-’32 rappresentò, pertanto, uno spartiacque nell’atteggiamento assunto dalla Dominante verso la peste e nei confronti delle malattie infettive in generale, e in questa prospettiva, scrive Egidio Ivetic, il ruolo della provincia dell’Istria, vero e proprio ponte verso lo Stato da Mar, diventò fondamentale[2].

L’estensione del “gran contagio” fu agevolata involontariamente dalla Repubblica, la quale, attraverso gli stretti rapporti politici e commerciali con la penisola, era diventata, suo malgrado, il punto di partenza privilegiato del contagio marittimo, mentre attraverso le vie terrestri, che collegavano l’Istria interna con i territori asburgici, la Dalmazia e i domini ottomani, irrompevano le epidemie provenienti dall’Europa centrale e dalla penisola balcanica. Posto di fronte alla minaccia epidemica, il governo veneto reagì energicamente mobilitando la popolazione nella vigilanza del territorio istriano e, soprattutto, affidando a uno specifico responsabile, il Provveditore alla Sanità in Istria, il compito di organizzare la difesa sanitaria della provincia, che nell’imminenza del pericolo ebbe un ruolo preminente rispetto alla stessa difesa politico-militare[3]. Questa avveniva attraverso le consuete disposizioni sanitarie (fedi e patenti di sanità, contumacie e lazzaretti), oppure disponendo “guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno possa entrare senza vedute e permissioni de i Deputati”, facendo “battere da gente a cavallo la pattuglia ai confini”, tagliando tutte le strade in comunicazione diretta con il paese appestato, “talmente che resti interdetto a ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà, se non per la via, che per necessità fosse stata destinata e riservata da i Magistrati, e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’ passi (…)”[4].

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Carta dei confini tra l’Istria veneta e quella austriaca, quello che appare sulla carta fa parte degli Atti riguardanti il Comitato dei Provveditori di Sanità (1713)

Al Provveditore alla Sanità spettava dunque l’organizzazione del pattugliamento costiero con barche armate per impedire ogni sbarco clandestino, il rigoroso controllo dei navigli sospetti e delle relative patenti di sanità, il blocco delle vie di comunicazione interne e dei passi mediante la costruzione dei restelli di sanità (barriere protettive formate da steccati, transenne, muretti di sassi, o altro) malgrado ciò rappresentasse la paralisi dei commerci. La posizione di questi posti di blocco a ridosso del confine fu spesso oggetto di contestazioni tra la Repubblica e l’Impero austriaco, per cui, verso la metà del XVIII secolo, fu stabilito come regola generale “che li Restelli e Guardie non debbano, né dall’una, né dall’altra parte piantarsi all’estremo contorno del Confin comune, ma sempre in opportuna distanza da quello, e dove sarà possibile, d’ambi le Parti uguale: con la stessa avertenza dovranno essi disporsi sulla strade divisorie, e communi, talmente che queste non restino occupate, né chiuse oltre quella metà, che è dello stesso Territorio contermine, cosicché le Guardie e Restelli saranno in quel sito contingibili, e messi sì dall’uno come dall’altro Governo di qua da respettivi Bordi della strada: così né pure nelli Ponti divisori passeranno la metà delli medesimi, e saranno posti in distanza di tre o quattro pertiche un Restello dall’altro”[5].

Tuttavia, la misura più drastica e complessa cui si ricorreva nei casi di contagio, sia per i costi sia per le conseguenze che comportava, era certamente l’erezione del cosiddetto cordone sanitario, in altre parole l’innalzamento dei caselli di sanità lungo la linea confinaria veneto-austriaca, che da “Muggia continuava a Ospo, a Caresana, a Popecchio, sul carso di Pinguente, a Zumesco, e lungo il capriccioso contorno della Contea, a Montreo, Mompaderno, Sanvincenti, per finire sul Quarnero nel territorio di Albona”[6], e lungo la fascia costiera. I caselli, in genere, erano edificati nei punti di maggior transito, ritenuti i più esposti a un’eventuale irruzione epidemica e perciò custoditi giorno e notte da milizie armate; ma sulla loro ubicazione e frequenza incideva soprattutto la morfologia del terreno, per cui nelle zone di montagna, dove era più alta la possibilità di oltrepassare furtivamente il confine, questi posti di guardia si costruivano a poca distanza l’uno dall’altro, laddove nelle zone aperte e pianeggianti, in cui il controllo era relativamente facile e l’occultamento più problematico, tra gli stessi intercorreva uno spazio più ampio.

La posizione geografica di frontiera della penisola istriana significò per la Dominante una vigilanza costante delle vie di comunicazione e delle frontiere con gli stati finitimi, e il suo tempestivo intervento scongiurò in più di un’occasione il propagarsi del terribile contagio. Se dopo il 1632 l’Istria non fu più bersagliata dalla peste, ciò fu dovuto anche al perfezionamento dell’apparato preventivo allestito dai Provveditori alla Sanità, una magistratura, ha scritto Paolo Preto, “attiva ed efficiente sino alla caduta della Repubblica e ancora nel tardo Settecento presa a modello dai più potenti stati d’Europa”[7]. Il morbo pestilenziale del 1630-32, avvenuto, secondo la classificazione dello storico della medicina Guido Alfani, all’interno della seconda ondata epidemica seicentesca (1625-1649)[8], fu anche l’ultimo ad aver colpito la penisola istriana, una circostanza che non determinò, come ci si potrebbe aspettare, un abbassamento della guardia nel monitoraggio delle pericolose infezioni, anche perché la loro ciclica presenza negli stati contermini continuò a rappresentare per la Serenissima e per l’Istria una costante minaccia.

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Il Reggimento della peste, saggio medico pubblicato a Venezia nel 1594

In effetti, già nel 1634 il senato veneto sollecitò il provveditore Civran e il Capitano di Raspo a intraprendere tutte le misure indispensabili per bloccare la pestilenza che si stava diffondendo “nei paesi Austriaci confinanti col Friuli” e, vista la vicinanza con l’Istria, fu stabilito “di eleggere un provv.re alla Sanità per quella provincia […] con potere di usare contro i trasgressori d’ogni pena anche capitale, la quale autorità avrà eziandio in Capodistria ed in Pinguente d’accordo col Rettore rispettivo”[9]. Il divieto di introdurre

in Istria le persone prive delle fedi di sanità e di far attraccare nei porti istriani i vascelli provenienti dalla Dalmazia non muniti delle patenti di sanità furono imposti nuovamente al Capitano di Raspo e al podestà e capitano di Capodistria in occasione dell’infezione che afflisse Spalato nel 1644, mentre al neoeletto Provveditore alla Sanità in Istria, Agostino Canal, fu delegata nel 1646 la guardia ai vascelli provenienti dal Levante e il blocco degli sbarchi di persone e mercanzie[10].

La difesa della provincia dell’Istria richiese pertanto uno sforzo non indifferente da parte delle autorità veneziane ma, soprattutto, un considerevole dispiegamento di milizie armate lungo il confine austro-veneto e lungo le viabili della penisola, reclutate principalmente tra i contadini istriani, le cosiddette cernide, e tra le compagnie di Schiavoni al soldo di Venezia. L’ammontare complessivo dei soldati alle dipendenze del Provveditore alla Sanità non fu costante, ma variò, parallelamente al numero dei caselli e restelli di sanità, secondo le circostanze e la gravità della situazione. Carlo Pisani, per esempio, provveditore negli anni 1714-1716, per proteggere l’Istria dal morbo pestifero che stava infierendo in Stiria poté contare su un contingente di otto “Compagnie d’Infanteria Oltramarina” (377 soldati) e due “Compagnie di Crouati a Cauallo” (80 soldati), per complessivi 457 armati “in rollo” e altri 343 “in fazione”[11]; a questi si sommavano le milizie lungo la linea confinaria austriaca, in tutto 651 uomini posti a presidiare il cordone sanitario terrestre composto da 125 caselli e 39 restelli, diversificati per numero e dislocazione geografica[12].

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Carlo Yriarte, Editto dei provveditori veneti nell’occasione della peste del 1600

La concentrazione dei caselli di sanità era più elevata nei territori di Montona, S. Lorenzo del Pasenatico e Duecastelli, siti a poca distanza dalla linea di confine che separava il territorio veneto dalla Contea di Pisino, diventata, pertanto, una zona particolarmente calda in cui gli scontri tra gli abitanti dell’una e dall’altra parte erano pressoché continui. L’incertezza esistente all’epoca sul tracciato del confine che separava le due entità statali contribuì certamente ad esacerbare gli animi, resi ancora più incandescenti dal passaggio della linea confinaria per il bosco demaniale di Montona, le cui querce erano, com’è noto, riservate all’Arsenale veneziano[13]. Questo stato di tensione costituiva anche una minaccia alla politica sanitaria di Venezia, giacché accadeva che gli arciducali distruggessero con relativa frequenza sia i restelli sia i caselli mettendo a repentaglio la salute e l’incolumità della popolazione. In un dispaccio al Senato del 9 settembre 1714 fu lo stesso provveditore Pisani a denunciare l’incendio di due caselli proprio nel territorio di San Lorenzo del Pasenatico, perpetrato da quattrocento sudditi della Contea capeggiati da due individui di Antignana[14].

La difesa dell’Istria era completata dal cordone sanitario marittimo, monitorato da 105 uomini imbarcati sopra una galeotta che scorreva le acque di tutta la provincia, una gaetta posta a controllo del litorale tra Albona e Fianona e una feluca che navigava le acque di Pola e del Quarnero, laddove il litorale nord-occidentale e settentrionale era sorvegliato da tre feluche, una sulla rotta Parenzo-Pirano e due a ispezionare il tratto di mare tra Capodistria e Muggia; dell’armo facevano parte, inoltre, “cinque Galeote in Porto disarmate”[15], pronte ad intervenire qualora la situazione lo richiedesse.

 

[1] Angel BLANCO, La Grande Peste. Un flagello sull’Europa del Trecento, Milano, 1994, p. 25.

[2] Egidio IVETIC, La popolazione dell’Istria nell’età moderna. Lineamenti evolutivi, Trieste-Rovigno 1997, p. 122 (Collana degli Atti del Centro di ricerche storiche di Rovigno, n. 15).

[3] Ivone CACCIAVILLANI, La sanità pubblica nell’ordinamento veneziano, Padova 2010, p. 146.

[4] Ludovico Antonio MURATORI, Del governo della Peste e delle maniere di guardarsene, Modena 1720, p. 20.

[5] I. CACCIAVILLANI, La confinazione veneziana con gli imperiali, Padova 1991, p. 31.

[6] L. PARENTIN, op. cit., p. 13.

[7] Paolo PRETO, “Le grandi pesti dell’età moderna: 1575-77 e 1630-31”, in Venezia e la Peste 1348-1797, Firenze 1979, p. 126. Sul ruolo dei Provveditori rimandiamo al saggio dello stesso autore “La società veneta e le grandi epidemie di peste”, in Storia della cultura veneta, Il Seicento, Vicenza, vol 4/II (1984), pp. 377- 406.

[8] Guido ALFANI, “Plague in seventeenth-century Europe and the decline of Italy: an epidemiological hypothesis”, in European Review of Economic History, Oxford, vol. 17, n. 4, Novembre 2013, p. 412.

[9] “Senato Mare. Cose dell’Istria”, in AMSI, Parenzo, vol. XIV (1898), p. 296.

[10] IDEM, vol. XV, p. 86.

[11] Archivio di Stato di Venezia (ASV), Provveditori e Sopraprovveditori alla Sanità, Opuscoli e Relazioni stampate e manoscritte sopra oggetti storico-scientifici sanitari, b. 561. Descriz.ne dell’Armo col quale negl’inf.ti anni e sotto l’Inspezione degl’Inf.ti Prov.ri di Sanità fu coperta la Prov.a dell’Istria tanto per mare, quanto per Terra.

[12] ASV, Provveditori e Sopraprovveditori alla Sanità, Provveditore alla Sanità in Istria Carlo Pisani, Lettere 21/9/1714 – 13/8/1716, b. 400. Pedelista delle sott.te Compagnie d’Infantaria Oltramarina e di Crouati à Cauallo esistente all’ubbidienza di Sua Ecc.za Il Sign:r Carlo Pisani Prou.r  sopra la Sanità in Prouincia d’Istria nel mese di Ottobre 1714.

[13] Mauro PITTERI, “Državne oznake na austrijsko-mletačkoj granici u Istri u osamnaestom stoljeću-I capitelli del confine austro-veneto dell’Istria nel Settecento”, in Mletačko-austrijska granica u Istri-Il confine veneto-austriaco in Istria (a cura di Tatjana Bradara), Pola 2017, p. 43.

[14] ASV, Senato dispacci. Provveditori da Terra e da Mar e altre cariche, b. 215. Dispacci del provveditor alla sanità in Istria Carlo Pisani (9/9/1714 da Capodistria – 12/3/1715 da Porto Cervera).

[15] ASV, Provveditori e Sopraprovveditori alla Sanità, Provveditore alla Sanità in Istria Carlo Pisani, cit.

 

 

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