Paesaggi e testi di scrittori adriatici: Giovanni Comisso, Il porto dell’amore

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Nato a Treviso nel 1895, Comisso già volontario nella Grande Guerra, partecipò giovanissimo all’impresa di Fiume, un’esperienza di vita e di umanità che lo avrebbe accompagnato per la vita, e dalla quale trasse ispirazione per il suo primo libro, Il porto dell’amore, pubblicato nel 1924, ristampato nel ’28 con il titolo Al vento dell’Adriatico.

A lungo inviato speciale per importanti testate giornalistiche, ha meritato un ruolo rilevante nella letteratura italiana, per l’alta qualità e la bellezza della sua prosa, «sorretta da un’acuta sensibilità visiva» – ne scrisse Nico Naldini –, che rende le sue pagine veramente e sempre felici.

Dal periodo fiumano, trascorso nel pieno dell’impresa dannunziana, trasse molta ispirazione, ma priva di retorica, inserito come lo ebbe in un tempo eterno, in una stagione di pura luce, sullo sfondo di un paesaggio adriatico di straordinaria bellezza.

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Un ritratto fotografico dello scrittore

(foto PremioComisso.it)

«Ci staccammo dal molo sul mezzogiorno, contenti che un venticello fosse disceso a promettere di portarci via dalla città di cui oramai eravamo stanchi. […] Partimmo senza denari, senza viveri, senza cannocchiale, bussola e carte nautiche, con una piccola barca armata d’una vela, d’un fiocco, d’un timone dalla barra posticcia e di due remi dalle spatole corrose».

[…] «Qualcuno ci aveva detto che nella terra morlacca viveva una gente bellissima, dolce e generosa, e volevamo conoscerla. Mentre ci s’allontanava, la città più che mai splendida al sole, si alzava sul pendio come per sedurci ancora, ma la nostra decisione andava d’accordo col vento. Spogliatici degl’inutili cenci e fisso lo sguardo sulle isole lontane, sospese, già godevamo del respiro marino […]».

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«Al mattino l’azzurro tremulo del mare fu la prima cosa incantevole veduta dai nostri occhi attoniti. […] Ma nel ritornare verso la barca ci s’accorse che sopra al fogliame dei lauri spuntavano secchi e diritti gli alberi d’un veliero, poco distante. […] Alle nostre voci insistenti un marinaio s’affacciò a una finestrella chiedendoci di dove si veniva e cosa si voleva. […] “Dal Carnaro”, gli si gridò. “Dateci qualche biscotto”. Riapparve col pane che afferrammo al volo e ci indicò un promontorio vicino, dov’era un convento che ci avrebbe offerto di più. […] Il convento pareva una fortezza. Ripide muraglie scendevano sul mare […].

Il sole radiava dal cielo, il profilo dei monti squallidi di un’isola vicina chiudeva l’orizzonte del mare, l’azzurro intenso appariva tra i pini contorti dai venti.

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