Gli olmi di Abbazia

Tratto da Löse Blatter aus Abazia, diario del’arciduca Ludovico Salvatore di Toscana, affezionato frequentatore del litorale istriano, edito a Vienna nel 1886 da E. Hölzel, pubblichiamo il brano dedicato agli olmi di Abbazia (Die ulmen von Abazia), graziosa rievocazione dei giardini della località istriana (oggi Opatija) al principio della sua ascesa nel XIX secolo tra le più apprezzate e lussuose località di villeggiatura e di cura per ospiti di tutta Europa. Qui l’autore fa riferimento alla splendida Villa Angiolina che il patrizio fiumano Iginio Scarpa volle erigere nel 1844 in memoria della consorte prematuramente scomparsa e che, di fatto, dette il via alla grande stagione turistica e mondana di Abbazia protrattasi sino agli anni Trenta e Quaranta del Novecento, per rinascere nel secondo Novecento, dopo i molti, radicali rivolgimenti storici che investirono quei territori adriatici negli ultimi due secoli.

«Tre generazioni hanno già riposato all’ombra di quei vecchi olmi, che in certo modo delineano il confine del parco verso il porto, quasi come segnali della futura situazione del bosco che, con l’andar del tempo, sarebbe stato soppiantato dal lauro e dalle varie piante esotiche. Quante cose potrebbero raccontarci se fosse loro concesso il dono della parola. Dei vari proprietari ai quali essi appartennero, per primo il vecchio contadino che vendette la punta di Abbazia al vecchio Scarpa, della costruzione di Villa Angiolina, dei gai festini che vi si celebravano ai tempi di questo proprietario, giacché la Villa mostra ancora, al piano superiore, due terrazze aperte dalla quali si godeva, tra le colonne, la prospettiva del magnifico golfo. Essi potrebbero raccontare di quei giorni quando, su queste spiagge, il denaro scorreva ancora in quantità; quando l’arricchito capitano marittimo, oppure l’ancora più ricco armatore, offrivano a piene mani lavoro e sostegno. L’affabilità e la bontà di Scarpa sono ancora oggi celebrate da tutti, e in verità dall’immagine del busto di marmo che si vede nel parco di Abbazia, tra il verde, irraggia genuina bontà. Simili doti sono da attribuire anche a suo figlio; ma egli era troppo buono, come afferma la gente, e il denaro risparmiato si liquefece, finché giunse il duro giorno della vendita. Il conte Chorinski se ne appropriò per 80 mila fiorini e la rivendette per 100 mila alla Südbahn. C’era frattanto qualcuno che si era avvicinato con fabbriche e poderi per cui la vendita non ha portato alcun beneficio.

Gli scogli che vediamo in primo piano, sono rivolti verso il nuovo porto e ad ogni appiglio i “Barcaroli”ormeggiano le loro barche. Un picco cancello chiamato al tempo dello Scarpa “porta secreta” conduce dal giardino al mare. La strada, attraverso l’arco ogivale che la sovrasta, mena da una parte al vecchio pittoresco porto, dall’altra al margine del giardino, ripida attraverso la lussureggiante macchia di more, su fino alla strada maestra, alla piazza nominata dello “Stendardo”. Il nome di questa piazza viene dal fatto che sulla stessa c’è un’asta da bandiera sulla quale, in giornate di festa, viene issato uno stendardo. Caratteristico il fatto che essa sia ancora la vecchia bandiera e da ciò appare quanta fatica ha [sic] costato, nonostante decreti e proibizioni, introdurre la nuova. Già in parecchi luoghi ciò accadde quasi a dispetto, ed io ebbi occasione di notare navi austriache, in porti dove c’era un Consolato austriaco, che facevano sventolare la vecchi bandiera, che ormai non appartiene ad alcuna nazione. E penso che questo potrebbe essere un po’ anche il caso di Abbazia».

Tratto da “Fiume. Rivista di Studi Fiumani”,

Roma, XIX-XX, gennaio 1973-dicembre 1974

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