Il faro *

di Giani Stuparich

Il racconto il faro fa parte della raccolta Ricordi Istriani pubblicati la prima volta nel gennaio del 1961 in occasione del settantesimo compleanno dell’autore nell’edizione de Lo Zibaldone curato da Anita Pittoni. Stuparich, già malato ebbe giusto il tempo di vederlo, morì infatti due mesi dopo. Una seconda edizione aggiornata e ampliata uscì sempre nelle edizioni de Lo Zibaldone nel 1964.

Come scrive nella prefazione Anita Pittoni Ricordi Istriani comprendono trenta racconti che «[…] aprono una finestra sulla vita dello scrittore triestino compresa nell’arco di tempo che va dall’infanzia fino al 1914,allo scoppio della Prima guerra mondiale.Immersi nel paesaggio istriano, terra paterna dell’autore, scopertamente autobiografici, tenuti sul filo della memoria, questi racconti, con la loro nitida freschezza, si elevano in un’atmosfera altamente poetica in cui la vita e l’arte si fondono in modo mirabile».

faro salvore

Il primo faro dell’Istria, partendo da Trieste, era quello di Punta Sottile presso il Lazzaretto di San Bartolomeo. Ai tempi della mia adolescenza era una lanterna di secondo ordine, che ripeteva la sagoma della vecchia lanterna del Porto di Trieste: fra questa e quella il vallone di Muggia. Fu il primo faro che esercitò il suo fascino marinaresco sulla nostra fantasia di ragazzi. Andavamo allora a passare l’estate a Punta Sottile. Il primo anno s’affittò uno stanzone in una casa di contadini che sorgeva proprio sulla Punta; gli anni seguenti, invece, un quartierino in una casetta dietro il Lazzaretto di San Bartolomeo. Faro e Lazzaretto, e quel tratto di mare fra di essi, diventavano  per due mesi campo delle nostre scorrerie e dei nostri divertimenti.

Terminate le scuole, a Trieste veniva un carro a cavalli a prendere la nostra roba: brande, materassi, seggiole, una cesta di biancheria, una cassa con gli oggetti di cucina. Era una festa per me e per mio fratello accompagnare il carro, mentre gli altri, genitori e sorella, ci precedevano col vaporetto di Muggia. Il primo saluto ce lo dava lo stradone di Zaule, coi suoi antichi e frondosi platani, col verde della collina da una parte e con l’azzurro del mare dall’altra. Da Muggia, lungo il cantiere di San Rocco, facevamo la bella strada costiera, passando sotto la villa dell’Arciduca Lodovico Salvatore. Di questo Arciduca, un vero tipo d’originale, strettamente imparentato con l’Imperatore Cecco Beppe, se ne raccontavano di crude e di cotte, e proprio allora si parlava di un’amante negra che egli custodiva in quella villa.  Si può immaginare con quale curiosità noi ragazzi, dal carro, ficcassimo gli occhi tra il verde di quella villa misteriosa.

Appena giunti a Punta Sottile e scaricata la roba, ci precipitavamo al mare. Una delle prime visite era al faro.  Facemmo ben presto conoscenza col guardiano, che aveva una figliola della nostra età. Rina, all’insaputa del padre che ci aveva proibito di salire in cima, ci guidava spesso per la scaletta a chiocciola fin nella gabbia della lanterna. Ella ripuliva con lo straccio i vetri della lampada, che si muoveva a orologeria, e noi godevamo di quel misterioso enorme globo trasparente, odorante di petrolio, da cui dominavamo il  vallone e la costa e tutto il panorama marino della nostra città, che ci si stendeva come nuova davanti agli occhi. Freschi delle letture di Verne e di Salgari, immaginavamo di essere noi a guardia del golfo e in ogni trabaccolo che passava al largo vedevamo una nave filibustiera, una fusta di corsari.

A poca distanza dal faro avevamo la nostra barca, perché papà, per le vacanze in Istria, prima ancora della casa prendeva in affitto una barca.(Istria e barca non sono disgiungibili nel mio ricordo di quegli anni lieti). Ma la barca, ogni volta dovevamo tirarla a riva e per questo c’era un apposito scalettino con un arganello. Dopo le lunghe vogate, sotto il sole, grondanti di sudore, bisognava fare la fatica d’issare la barca sullo scalo; ma in compenso, grande era il nostro piacere la mattina presto, quando col sole non ancora levato, le funi ancora bagnate dalla brina notturna, facevamo il varo. Ogni mattina era un varo: uno di noi, a turno, si metteva a poppa dentro la barca, pronto ai remi, e gli altri a spingere, finché la battella non cominciasse a scivolare. Quale allegrezza lasciarsi andare a quella scivolata, fendere il mare liscio con la prua beccheggiante!

L’anno dopo però, quando lasciammo la Punta e affittammo il quartierino in una casetta dietro il Lazzaretto di San Bartolomeo, mio padre chiese il permesso al direttore, ch’era un suo conoscente, di poter ormeggiare la nostra barchetta al molo del Lazzaretto. Così ci era risparmiata la fatica di tirarla ogni volta a riva e potevamo uscire anche col vento e il mare mosso.

Il Lazzaretto di San Bartolomeo era il Lazzaretto di Trieste e dipendeva dalla sua Capitaneria di porto. Ma i casi di malattie contagiosesulle navi in arrivo erano rari e, in quegli anni, non ci fu mai l’occasione di metterlo in attività. I padiglioni deserti erano cintati da un alto muroe la strada costiera finiva proprio al suo cancello chiuso. Nell’ampio recinto silenzioso fra i padiglioni, sulla ghiaia scricchiolante dei viali, passava raramente qualche infermiere o qualche impiegato dell’ufficio d’amministrazione. Non si tirava il campanello. Ci veniva ad aprire il guardiano, un caro nostromo che s’era affezionato a mio padre. Per noi entrare e uscire da quelrecinto, proibito a tutti gli altri, era motivo d’orgoglio. Dal molo ben costruito e deserto saltavamo nella nostra barca e, quando c’era la bassa marea, il salto non era dei più facili. Tanto, che una mattina mio fratello Carlo, ch’era già in barca, volendo avvicinarla di più sotto i miei piedi, mentre io stavo per saltare, non so come fosse, se per una sua spinta mal calcolata o per un mio errore di misura, piombammo tutti e due, strettamente abbracciati, tra molo e barca, nell’acqua. Il ricordo di quel bagno involontario, delle allegre risate che facemmo, del cielo e del mare festosi sotto i primi raggi del sole nella pace idilliaca del Lazzaretto, rimarrà indelebile nel mio cuore, insieme ai più bei ricordi istriani.

* Per gentile concessione di Giovanna Stuparich

Nell’immagine, il faro di Salvore in una cartolina di fine Ottocento

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