Giornalismo facile e inutile: se gli articoli ricalcano i dépliant

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Dalla istituzione nel 2004 del Giorno del Ricordo dell’Esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e la Dalmazia a seguito della cessione di quei territori alla Jugoslavia di Tito nel secondo dopoguerra, ben 16 cerimonie celebrate annualmente al Quirinale alla presenza dei Presidenti in carica hanno richiamato alla pubblica opinione nazionale le drammatiche vicende del confine orientale, ma hanno anche acceso l’interesse storiografico degli studiosi e dei ricercatori, finalmente liberi da ipoteche ideologiche e partitarie che per molti decenni hanno infangato e storpiato consapevolmente la storia dell’antica italianità adriatica. Possiamo ritenere che quel lungo e faticoso percorso di liberazione (questa sì) dalle ipocrisie, non sia stato vano se consideriamo nel numero e nella qualità la cospicua produzione di studi accademici e memorie personali succedutisi sino ai più recenti anni. Chiunque abbia interesse a conoscere la storia dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia ha ormai una vasta e adeguata serie di testi sui quali apprendere almeno l’essenza della questione e non dovrebbe cadere nella banalità e nel pressappochismo, dei quali invece è infarcito il “servizio” dedicato all’Adriatico istriano e dalmata.

Vi si legge invece delle influenze ungheresi, viennesi e turche, ma non veneziane, che impressero all’Adriatico orientale quel costume occidentale che per un millennio ne forgiò il carattere civile, europeo, che ancora oggi si riconosce nei palazzi patrizi, negli statuti storici delle città istriane e nella parlata veneta tipica degli istriani e dei dalmati di cultura italiana. Per di più, nel “servizio“ le località sono citate quasi totalmente in croato, ignorando le antiche denominazioni italiche anche nell’ambito della gastronomia marinara, scaturita dalla sapienza della marineria istriana, fiumana e dalmata.

La correttezza delle fonti e delle informazioni è, anche per una “guida” turistica sintetica quale questa, un dovere nei riguardi dei lettori; citare le denominazioni italiane non significa disconoscere i mutamenti della storia ma piuttosto trascurare, forse anche non consapevolmente, le autentiche origini dei luoghi e degli uomini che nei tempi l’hanno create e accudite.

 

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