Tommaseo e la sfida della doppia lingua

crs_-logodi Dario Saftich

L’uomo simbolo della Dalmazia ottocentesca è Niccolò Tommaseo. Almeno per gli italiani. Ma non soltanto per loro, a dire il vero. Anche la Croazia, grazie all’opera Iskrice (Scintille) sente Tommaseo come uno scrittore suo. Ma l’interessato cos’è: italiano, magari croato diranno alcuni richiamandosi a presunte origini, o semplicemente dalmata?

“Patria viva non ha chi di te nacque”. Con queste parole il letterato nativo di Sebenico, Niccolò Tommaseo, spiega la peculiarità storica dell’identità dalmata, ovvero della sua identità e di quella di tanti suoi concittadini e corregionali, sospesa tra due culture e due lingue. Tommaseo è tutto proteso alla ricerca di una patria regionale che però gli appare inafferrabile, sfuggente, un sogno a cui tendere senza raggiungerlo mai.

Italiano di formazione e di sentimenti

Lo storico croato Grga Novak imputa a Tommaseo il fatto di essere stato “assolutamente contrario all’unione della Dalmazia alla Croazia. Forse desiderava una qual Dalmazia ‘slava’, ma assolutamente non la Croazia.

Questa Dalmazia slava sarebbe dovuta rimanere, secondo i suoi punti di vista, slava solamente nei suoi villaggi, mentre le città e tutto l’ambiente culturale avrebbero dovuto essere italiani. Tommaseo guardava alla propria situazione personale – nato slavo, si vedeva come un italiano di formazione e di sentimenti -, e non poteva comprendere che quello che valeva per lui non poteva valere per tutta una regione. Ancora oggi egli è incomprensibile non solo agli italiani, ma anche ai croati e ai serbi. Soltanto coloro che conoscono profondamente tutto il diciannovesimo secolo dalmata e italiano, fino agli anni Ottanta, possono comprenderne l’atteggiamento”[i]. Novak interpreta la realtà politica e cultura dalmata dell’Ottocento sulla base di rigidi ed omogenei schieramenti nazionali contrapposti e vede come fumo negli occhi ogni possibile terza via. Non può digerire le valutazioni di Tommaseo secondo le quali i dalmati erano stati “per secoli un popolo a sé stante, frutto dell’incontro e della fusione di stirpi e culture italiane e slave: ‘Né solo i sangui si sono commisti, e le glorie, i dolori, le utilità e le speranze compenetratesi; ma scambiaronsi i nomi stessi. Famiglie italiane spente, vivono nelle slave, e alle slave lasciarono l’eredità delle memorie e degli averi; famiglie slave assunsero nomi italiani”[ii]. Tommaseo, dunque, credeva che esistesse una nazione dalmata, fondata su valori non tanto etnici, quanto storici e culturali. E parte importante della specificità dalmata rispetto alla nazione croata era l’uso della lingua italiana. Tommaseo condivideva il suo attaccamento alla lingua italiana con molti dalmati istruiti del tempo e osservava che se nelle nostre coste non si parlasse l’italiano, dovremmo introdurlo. La Dalmazia, aggiungeva, fa parte di quelle regioni che per loro posizioni e loro natura Iddio ha voluto fare intermediarie fra popoli diversi.

La difesa dell’uso dell’italiano non significava però per Tommaseo, come in genere per gli autonomi, rileva a questo proposito Luciano Monzali, “la negazione del carattere prevalentemente slavo della società dalmata nel suo complesso”[iii]. Gli autonomisti, precisa Monzali, contrariamente agli stereotipi negativi diffusi dalla storiografia loro avversa, “non erano ostili allo sviluppo dell’uso della lingua slava”[iv], ovvero del croato.

L’apertura al croato

Nel caso di Tommaseo balza infatti chiaramente all’occhio la volontà di acquisire l’altra lingua del territorio. “A più che mezza la vita io comincio a balbettare la lingua materna mia[v]”, rileva lo scrittore di Sebenico, che, ritornato in patria dopo un lungo girovagare dall’Italia alla Francia, sente il bisogno di riacquisire, di fare proprio davvero anche l’idioma della madre. In questo ambito non può fare a meno di ricordare le canzoni popolari dell’entroterra dalmata in particolare, divenute famose in Europa, grazie anche all’opera dell’abate Alberto Fortis: “Nazione novella è l’illirica, le cui maschie e calde canzoni sono ormai da tutta l’Europa ammirate”[vi]. E non può fare a meno di prendere atto della diffusione e dell’armoniosità di quella che ha chiamato la sua lingua materna. Qui bisogna comunque ricordare che dall’ottica di Tommaseo entro la nozione di popolo le nazioni sono plurali. Per cui in Dalmazia spicca in questo caso la nazione illirica, nazione già degna di parlare una delle più dolci e ricche lingue del mondo[vii].

La pluralità delle nazioni e delle loro lingue, è l’auspicio dello scrittore sebenzano, non dev’essere in contraddizione con lo spirito di unità del popolo, non dev’essere oggetto di contrasto, in quanto ogni lingua è come un ruscello puro e fresco che contribuisce a irrigare la campagna comune: “La varietà ci aiuta a sentire l’unità, come la melodia di più cetere fa più compiuto e più schietto concento. Le lingue umane son lire che insieme suonano e mandano al cielo la voce dei popoli desideranti alla patria sovrana. Può l’una lingua non si mescolare coll’altra né corrompere: come sorelle vergini che si baciano in casti baci; com’alberi mondi che fra sé non s’aduggiano, e ornano il poggio; come ruscelletti puri che mormoranti ciascuno nel suo canaletto, irrigano le campagne”[viii].

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Niccolò Tommaseo

Rispettare tutti

Tommaseo vede la Dalmazia come una terra aperta sì ai vicini, ma chiusa da ambiti geografici costituiti dal mare e dai monti, che proteggono il suo carattere di unicità. Nemmeno l’Istria di cui oggi pure si esalta l’indole plurale le è vicina: “I popoli che ti sono intorno, Dalmazia piccoletta, poche conformità hanno con teco; o troppo più o troppo meno di te. O mare o monti da te li divide; e, più che mari e monti, usi e storia diversa. L’isole d’Istria son dalla Dalmazia più lontane che Londra da Malta”[ix].

Tommaseo è però consapevole che, al di là di quelle che si configurano come barriere naturali, le osmosi con i popoli e le terre limitrofe sono inevitabili. Il suo appello alla sua terra è però quello di rispettare tutti alla pari: “Tutti convien che tu ami, e con tutti stringa vincoli sacri di maschia fratellanza e di nobile umiltà”[x]. Le vicende storiche, buone o cattive che fossero, a seconda dei singoli punti di vista, hanno infatti reso impossibile, assurdo, ogni anelito alla purezza e hanno reso tutti giocoforza fratelli: “Tutti dunque i sangui sono insieme confusi. Sventura e colpa, guerra ed amore congiunsero i popoli tutti. Alemanni, Illirici, Greci e Latini, ci siam tutti partiti dagli asiatici piani, poi nuovamente accostatici in abbracciamenti di morte e di vita. Siam tutti fratelli e nella forza e nella debolezza, e nell’onore e nell’onta”[xi].

La figura emblematica di Tommaseo appare, dunque, funzionale per descrivere la peculiare situazione di molti dalmati del passato, sospesi tra mondi culturali diversi, incapaci di ritagliarsi una patria autentica in loco. Ma il letterato di Sebenico, sia pure vissuto un secolo prima, si presenta a sua volta come antesignano di valori di fondo che oggi sono dati praticamente per acquisiti dai più, almeno a parole: quelli della comprensione tra i popoli, della tolleranza, del rigetto dell’esclusivismo nazionale e linguistico, in altre parole i valori dell’Europa di oggi e di domani.

Tommaseo naturalmente esprime questi principi con la terminologia, il linguaggio della sua epoca, in cui i risvegli nazionali, i risorgimenti sono agli albori. È l’opera plurilingue Scintille quella da cui traspare chiaramente “l’ideologia tommaseana”.

La tecnica dell’innesto

Il volume è permeato dalla consapevolezza dell’importanza dello scambio e del rispetto insieme tra le nazioni. Lo scambio non significa però cancellazione dei caratteri particolari che rendono riconoscibili i vari idiomi: è fondamentale, per Tommaseo, che ogni lingua, pur arricchita dal contatto con le altre, mantenga la sua peculiare fisionomia. Lo scrittore di Sebenico si sofferma sulla tecnica dell’innesto che è distinta dall’operazione del trapianto: quest’ultimo, infatti, consiste nell’introdurre nella pianta un organismo estraneo, mentre l’innesto fonde organismo datore e organismo ricevente. Il richiamo alle tecniche agricole serve a mettere a fuoco il tema dei rapporti fra le nazioni, che non devono essere caratterizzati dalle barriere etniche, ma devono essere improntati alla convergenza, che salvaguardi però le singole identità. Volendo ricorrere alla terminologia odierna possiamo dire che fra autarchia, multiculturalismo e melting pot la posizione del Tommaseo è lontana dai primi due concetti, ma si distingue anche dal terzo. Infatti, l’innesto non si configura come la cancellazione delle indoli o identità individuali delle culture e delle nazioni, le quali devono conservare le proprie fisionomie inconfondibili: “In questo mi pare consta d’ogni nazione la vera grandezza; conservare modestamente e fermamente l’indole propria, le altre sorelle con rispettoso affetto abbracciare. Chi troppo ammira sé stesso, troppo prende da altrui; chi troppo s’inchina ad altrui, dall’ammirazione trapassa leggermente al disprezzo; e chi di una nazione estera s’invaghisce in eccesso, risica disconoscere di quella medesima i pregi veri e deturparli con imitazione schiava”[xii]. Per tale motivo “giova pertanto, quel che impedire non si può, regolare; e far che i vincoli tra popolo e popolo sieno spirituali il più che ci è dato, e stretti da nobile affetto. Meglio che trapiantare, giova sovente innestare; che per tal modo s’ha il nuovo, e non si abbatte l’antico”[xiii]. Ma l’insegnamento di Tommaseo nelle Scintille va ben oltre a quella che con un altro termine moderno potremmo definire interculturalità. Il suo è un richiamo all’umanità, alla fraternità fra le genti, quasi un segno premonitore delle tragedie future che avrebbero colpito l’Europa e un appello accorato ad evitarle. Ogni idea di purezza della razza e di razzismo che da questa si può ricavare è assolutamente estranea all’indole dello scrittore di Sebenico, che fa presente che tutti i popoli sono uguali, a prescindere da glorie vere o supposte del passato. Altro insegnamento del resto non potremmo neppure attendercelo da uno scrittore che con tanto amore e tanta cura si è dedicato alla raccolta di canti popolari di popoli diversi, tutti espressione della freschezza e dell’autenticità popolare, senza inutili classifiche di valore. Questi popoli però devono rivelarsi alla stregua di vasi comunicanti: “In ciascun popolo è qualcosa di buono da riguardare con riverenza; ma in ogni bontà son due parti: l’incomunicabile, e la diffusibile fuori. Giova la prima contemplare, e l’altra adoperare”[xiv]. Inutile quindi avere paura delle commistioni, tanto più che… “quando le idee, le lingue de’ popoli s’avvicinano e mescono, può dalla mistione uscire più varia e più profonda armonia”[xv].

Ma dai sommi principi il discorso di Tommaseo cade sempre sulla Dalmazia, sul suo popolo nel cui ambito convivono nazioni diverse, motivo per il quale mai è riuscito a darsi una vera identità unitaria: “Dalmazia cara, a te non fu mai vita propria, e da secoli tu sei strascinata dietro al cocchio d’altre genti”[xvi]. Se inizialmente lo scrittore ha parlato di nazione illirica, di una terra separata dall’entroterra dalle catene montuose, alla fine prevale la consapevolezza che questa nazione deve fare i conti con la nazione slava, ovvero con il binomio città-campagna: “Siamo due nazioni in un popolo: il medico e il macellaro non parlano la medesima lingua; il mercante e il villico son sempre nemici. Conviene che il cappello riverisca il berretto: quivi è più schietta vita di nazione, e dignità e cuore”[xvii]. In altre parole la città non deve guardare con fare altezzoso al suburbio, il cittadino deve inchinarsi all’uomo della campagna, imparare a conoscere e apprezzare la sua cultura. Non è possibile che i linguaggi sociali e di conseguenze in parte nazionali restino diversi, incomunicabili: “La lingua è l’anima dell’uomo e de’ popoli: laddove intorbidata la lingua, torbide e le anime: dove due lingue umanità non può essere. Doppia lingua dice due nazioni divise; dice guerra antica o novella; visibile o ascosa”[xviii].

Non è solo un invito alla tolleranza, quello di Tommaseo, è un appello alla comprensione e all’accettazione reciproca: “Laddove unanimità non è, non è forza; chi non ama, il vero schietto dire non sa”[xix]. Come superare le fratture fra italiani e croati di cui allora si avvertono già i segni premonitori, come risanarle? La ricetta di Tommaseo è sempre imperniata sull’idea di fondo che ogni cultura deve svilupparsi, essere orgogliosa delle sue peculiarità, non per rinchiudersi in sé stessa, ma perché solo così meglio potrà valorizzare le altre. No alle divisioni, sì all’esaltazione delle identità che sappiano fortificarsi insieme: “Né reggimento né anima divisa può vivere. Illirici siate, e lo spirito italiano sentirete allora più forte”[xx]. Lo scrittore sebenzano è però realista. Intuisce che la sfida di fondo è quella della doppia lingua. I suoi interrogativi si riveleranno in seguito profetici: “Quale il nostro destino? Qual sangue prevarrà? L’italiano o l’illirico? O altre razze aspetti ancora, ne’ secoli venturi, Dalmazia mia? Stretti in quest’angol di terra fra i monti e il mare, che siam noi? Dove stendere l’ali nostre Sarem noi del carro il centro od un raggio? Chi la vincerà il monte o il mare? A che lingua risponderà l’eco dalmatico fra mill’anni?”[xxi]. A dire il vero non si è rivelato necessario attendere mille anni per svelare l’enigma. La storia in realtà una risposta netta a questo interrogativo l’ha già data e questo pochi decenni dopo la scomparsa di Tommaseo. L’italiano è stato via via emarginato fino a essere spazzato via e il croato (o illirico come lui lo definiva) ha trionfato. Ma uno spirito regionale, comunque, è rimasto al di là dello scontro nazionale e a volte torna di prepotenza alla ribalta. Quello stesso spirito al quale lo scrittore sebenzano si richiamava.

Sia pure espresso con i termini e i concetti della sua epoca, il pensiero di Tommaseo rimane attuale. Gli inviti tommaseani alla concordia furono, rileva Egidio Ivetic, “idee estremamente ‘progressiste’ rispetto agli orizzonti culturali anche della migliore intellighenzia dalmata, per non parlare del ceto notabile contadino”[xxii]. Nel pensiero tommaseano, quindi, non va ricercato tanto lo spirito dalmata, quanto soprattutto quello europeo, potremmo dire con il senno di poi. La fratellanza fra i popoli è un valore chiave per Tommaseo, di cui la storia ha evidenziato, con le sue tragedie, l’importanza.

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Carta della Dalmazia Veneta di Giovanni Valle (1784)

[i] Grga NOVAK, Prošlost Dalmacije, libro secondo, Od Kandijskog rata do Rapalskog ugovora, Marjan Tisak, Spalato (2004), p. 138.

[ii] Niccolò TOMMASEO, “La questione dalmatica nei suoi nuovi aspetti. Osservazioni”, citazione tratta da Camizzi, “Il dibattito sull’annessione della Dalmazia”, La Rivista Dalmatica f. 3 (1973),

  1. 240.

[iii] Luciano MONZALI, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Le Lettere, Firenze (2004), p. 49.

[iv] 4 Ibidem.

[v] Niccolò TOMMASEO, N., Scintille, a cura di Francesco Bruni, Fondazione Pietro Bembo, Ugo Guanda Editore, Parma, 2008, p. 62.

[vi] Ivi p. 60.

[vii] Ibidem.

[viii] Ivi p. 64.

[ix] Ivi p. 67.

[x] Ibidem.

[xi] Ibidem.

[xii] Ivi, p. 5.

[xiii] Ivi, p. 6.

[xiv] Ivi p. 17.

[xv] Ivi p. 362.

[xvi] Ivi p. 429.

[xvii] Ivi p. 440.

[xviii] Ivi p. 433.

[xix] Ivi p. 443.

[xx] Ivi p. 445.

[xxi] Ivi p. 444.

[xxii] Ivetic, E., (postfazione) in N. Tommaseo, Scintille, cit., p. 680.

 

 

 

2 pensieri su “Tommaseo e la sfida della doppia lingua

  • Sono Istriano è ho letto l’argomento su Tommaseo con grande piacere. Mi ha colpito la vicinanza dei sentimenti, che mi hanno riportato indietro nel tempo, quando allora adolescente, vivevo con entusiasmo il trattato europeo del 1957, attraverso il quale sei Stati mettevano le basi per dare inizio a uno dei più grandi progetti dell’Umanità, con l’intento di unire quei popoli che da sempre si erano combattuti. Entusiasmo derivato, soprattutto, dalla allora in atto tragedia nostra. Oggi, con la evoluzione tecnologica che ha reso la nostra Terra, un unico campo, da tutti percorribile, si può auspicare, fermo restando il rispetto delle singole realtà storiche dei popoli, a una unione mondiale che ci governi.

    • Gentile Signor Lorenzutti,
      con piacere abbiamo letto il Suo commento al saggio su Tommaseo, del quale La ringraziamo. Le Sue riflessioni sono ben pertinenti allo spirito a alla cultura espressi dal grande sebenicense, antesignano di una visione del mondo e delle relazioni fra comunità e popoli che si pensava quasi acquisiti, mentre sembrano oggi di difficile applicazione. Il ruolo della cultura e della riflessione tuttavia è proprio questo, di accendere le luci dell’intelletto nei passaggi più complessi della storia. Grazie ancora, a Lei un cordiale saluto,
      Patrizia C. Hansen

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