Un’antica tradizione capodistriana: la festa della Madonna di Semedella

Tradizioni di fede e paesaggi antichi, di questo ci narra l’autore del saggio che qui proponiamo, tratto dal n. 65, del giugno 2014, de “La Ricerca”, la pregevole rivista di studi storici del CRS di Rovigno. Un affresco, quasi, che ritrae un ambiente, un’epoca, un modo di essere lontani, che lo storico richiama con vivacità e brio anche visivo.

 

crs_-logo   di David Di Paoli Paulovich    per CRSR Centro Ricerche Storiche di Rovigno

Mèta un tempo nota e cara alla devozione degli Istriani, sita nei sobborghi di Capodistria è la “Madona de Semedèla”. “Santa Maria bèla. La vien de Semedèla!” recita un antico detto capodistriano, forse accostando la S. Vergine alla bellezza del sito, “più bello dei dintorni con mare, monti, colli, poggi e un praticello del mezzo, degno di un’ottava dell’Ariosto”[i].

La cappella campestre votiva della Beata Vergine delle Grazie di Semedella[ii], un tempo adagiata quasi in riva al mare ai piedi del monte S. Marco e circondata da un prato alberato[iii], era situata lungo la costa meridionale del Vallone di Capodistria, oltre lo specchio d’acqua occupato da tempo immemorabile dalle saline. Un poesia del 1906 di Eugenio Barison così contempla Semedella da Capodistria: “[…] E vedo lontan, fin Semedela co’le tu’ dighe in mezzo ‘le saline infina ‘l molo novo de l’imbarco […]”

Semedella era anche frequente mèta di scampagnate e di  bagni marini: vi si giungeva dalla zona di Porporèla attraverso la strada che dal 1824 congiungeva la città alla terraferma e correva stretta sul mare, detta popolarmente “el ponte [de Semedela]”. Oggi, ormai interrate le saline (dal 1929 al 1933 le opere di bonifica), la chiesetta appare soffocata e “sacrificata tra brutte costruzioni, erette sulle tombe[iv] di mille  e mille morti, colpiti nei secoli dalle terribili pestilenze”[v], senza zona di rispetto, da una Capodistria industriosa e giovane, che pare ostinarsi inesorabilmente a recidere i legami con il suo illustre passato. Quell’atmosfera bucolica, da secoli sempre eguale a se stessa, tra pioppi e ippocastani vicini al mare, rievocata da  Pier Antonio Quarantotti Gambini (1910-1965), che di Semedella prediligeva nei suoi romanzi[vi] l’ambiente crepuscolare e idilliaco, non c’è davvero più. Eppure, sembra ancora sopravviverci nelle pittoresche descrizioni che cronisti affascinati, anche anonimi, ci hanno lasciato, come la seguente:

“Da quel tempo remoto, nella seconda domenica di Pasqua, il suono argentino della campana rammenta annualmente ai fedeli il voto de’loro padri, di visitare in quel giorno il Santuario di Semedella. Fin dall’alba infatti la gente del contado e della città, ubbidiente allo squillo accorre annualmente nel prato ove siede la bianca chiesetta […[ pochi sono tra i nostri concittadini che in quella occasione non passino il ponte per infilare la strada di Semedella. Coi primi crepuscoli dell’aurora, questa via, che dritta ed eguale solca il mare, brulica di gente: chi va, chi ritorna, chi porta cesti di dolci o di frutta, chi tavoli  o panche, altri trascina un botticello di liquido che ritornerà diviso in recipienti ambulanti, altri tiene sotto l’anche dei crivelli in cui scintillano a’primi raggi solari bicchieri e boccali, da una cesta fa capolino un prosciutto, un lembo di lino sollevato dalla brezza indiscreta lascia vedere delle uova e del pane. […] Qualche ora più tardi nel praticello adiacente alla chiesa tutto è moto e vita. La campana suonando festosamente a distesa si ricompensa del lungo silenzio: sotto la tettoia dinanzi alla chiesa svolazzano le fogliette dorate e le fettucce variopinte di parecchie ghirlande e corone, simboli di sagra: la gente si pigia, si urta ed onodeggia per metter capo nel santuario […] se arrivi a forza di gomiti in chiesa vedrai lumi, fiori e drappi che l’adornano a festa, appena sul tetto una piccola flottiglia di triremi e di fregate corrose dalla polvere e dal tempo; dalle pareti pendere grucce, rottami di fucile, croci ed altri emblemi votivi. Al bisbiglio sommesso, al muover dei rosari che sfilano le loro pallottoline nelle mani devote fa uno strano contrasto il rumor giulivo del prato […]”[vii].

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Il Santuario di Semedella

Fede e convivialità

Ma fatti oltremodo tragici e non di serena ed amena contemplazione stanno alla base della fondazione della Chiesetta. La terribile peste del Seicento aveva colpito impietosa anche l’Istria, e Capodistria non era stata esente dal morbo. “Il primo morto a Capodistria viene da taluni indicato sotto la data dell’11 settembre 1630, ma non è certo. Il 20 settembre moriva in casa Mazzoleni Francesco Genella, e fu detto “per accidente”. Dieci giorni dopo moriva nella stessa casa la figlia del Mazzoleni, Lauretta, di malattia fortemente sospetta, tanto che fu sùbito ordinata la chiusura della casa avendosi potuto accertare che il Genella era da poco arrivato da Venezia,  dove il morbo infuriava dal mese di giugno (vi avrebbe provocato in tutto 46.490 morti). Tirate le somme, si certificava che i decessi furono complessivamente 1990 su 2300 persone colpite dal morbo, su di una popolazione di 4200 anime, vale a dire il 49% circa della popolazione stessa”[viii].

Sicché il 4 aprile 1631 il Maggior Consiglio cittadino di Capodistria, implorando la cessazione della peste, faceva voto solenne che avrebbe eretto nel Duomo un altare votivo in onore della Beata Vergine. Nella relazione del provveditore veneto Nicolò Surian del 17 agosto 1632 leggesi: “Finalmente, dopo le continuate incessanti diligenze a fermare il corso al male, piacque al Signor Iddio et alla Beatissima Sua Madre, che ne seguisse la liberatione di quella città nella quale sono stati li morti in tal calamità per la metà et nel suo territorio per il terzo”. Si doveva dare esecuzione al voto: ma anche il marmoraro era morto e i marmi custoditi per l’opera erano stati impiegati in un altro altare. Fu così che il Maggior Consiglio, il 23 agosto 1639 commutava il voto nell’erezione di una chiesetta sul camposanto di Semedella da dedicarsi alla Beata Vergine delle Grazie. Nicolò Carpaccio, mastro muraro e Pietro Isdrael, perito falegname principiarono i lavori con le pietre acquistate in una cava di Rovigno e trasportate da due barcaioli piranesi. La pala d’altare fu commissionata per 50 ducati al pittore veneziano Guido Guidotti[ix]. La chiesetta fu consacrata il 24 aprile 1640 (contemporaneamente alla Chiesa di S. Maria della Salute di Venezia), dal vescovo Pietro Morari, che dava pubblicazione del “breve” col quale papa Urbano VIII concedeva per la circostanza l’indulgenza plenaria. La chiesetta era adornata da molti ex voto e, come riscontrava Pusterla, “le grazie ottenute dai fedeli pel merito della Vergine, alma e Santa, sono testimoniate da vari doni di oggetti preziosi, da quadri, gruccie, archibusi ecc.”, che un tempo decoravano le pareti della chiesetta, l’ultimo dei quali apposto dalla famiglia Ceppi nel 1944.

Nel contempo ad una processione cittadina fino al santuario era destinata, in perpetuo, la domenica dopo l’Ottava di Pasqua[x] ovvero, per dirla più popolarmente, la seconda domenica dopo Pasqua.[xi] A Capodistria le numerose Confraterne vi affluivano tutte ogni anno, “principiando quella dei Nobili, istituita nella Chiesa di S. Tommaso”[xii]. Annota Pusterla, riferendosi a fine Ottocento, che “il pio pellegrinaggio viene ora intrapreso dalle confraterne di S. Andrea[xiii], nella mattina della seconda festa di Pasqua, di S. Filippo Neri e della Madonna dei Serviti nelle domeniche seguenti”, confraternite sopravvissute alle soppressioni napoleoniche del 1806. Alla metà del secolo scorso vi si recavano ancora alcune confraternite con gli attrezzi processionali, ma non quelle citate da Pusterla. Così al mattino di ogni seconda domenica dopo Pasqua i capodistriani vi si recavano processionalmente[xiv] con la confraternita dei SS. Biagio e Filippo, mentre al lunedì successivo la chiesetta vedeva processionalmente giungere anche la confraternita del SS. Crocefisso dell’Ospedale[xv]. Ne dà ulteriore conferma anche un altro scrittore di memorie capodistriane, che scrive come “alla seconda festa di Pasqua (lunedì dell’Angelo) fosse “la scuola di Sant’Andrea che si portava a Semedella; alla seconda domenica di Pasqua la medesima strada veniva percorsa dalla confraternita di S. Biagio”[xvi]. La chiesetta non era dunque regolarmente officiata se non alla domenica (almeno sino al 1954) e nelle predette occasioni.

I fedeli vi si recavano a digiuno, al fine di poter ricevere la S. Comunione secondo le prescrizioni ecclesiastiche allora vigenti, ma tutti si recavano appresso il necessario per rifocillarsi sull’erba: i contadini giungevano con in ispalla il bàligo con pane e formaggio. Durante il percorso processionale si cantavano le Litanie Lauretane in un tono “marziale, specifico per l’occasione”, annota Gorlato[xvii] ed ora perduto, dette “Litanie della Semedella”. Si cantava anche l’inno “Ave Maris stella”, secondo un tono particolare. Le funzioni vi si officiavano senza interruzione mentre la campana rintoccava ogni mezz’ora a richiamare i fedeli.

Nel primo pomeriggio la gente sfollava nei campi circostanti: mete potevano essere il monte San Marco, la pineta o la valle di Copolle, con le cascatelle, mentre sulla via del ritorno era tradizionale una sosta breve al santuario della Semedella, per recitare ancora una prece o per porre una primula o una viola davanti all’immagine. E dopo l’ultima Messa (alle ore 17) che seguiva il Rosario con il canto delle Litanie, il prato s’animava finalmente della fiera e della sagra (due giorni, sino al lunedì, e così almeno dal 1848).

Infatti, alla parte religiosa s’affiancava poi quella più profana e conviviale: la chiamavano, infatti, anche “festa de Semedela”. Tanti i dolci per l’occasione consumati allegramente sul prato, dai bussolài alla “zònta de pàn de fighi” per i bambini[xviii]. Agl’inizi del secolo scorso il quotidiano triestino Il Piccolo sovente reca notizia della festa della Semedella, evidenziando come da Trieste e da Isola in migliaia vi convenissero i pellegrini: “A memoria d’uomo non si è vista tanta folla alla festa della Semedella. Circa 1000 le persone venute da Trieste con i vaporini e altre da Isola col treno. Grande il movimento delle carrozze e dei veicoli. Nereggiante di gente la strada di Semedella! (“Il Piccolo”, 12.4.1902).

Ma in cotanta festa e devozione, v’era anche chi approfittava disonestamente della caotica calca di folla, come ben ci rammenta questo trafiletto di cronaca del 1923: “Molto animata la sagra della Semedella, ripresa nel 1919 dopo la parentesi della guerra. Suona la banda della 12ª Divisione. Approfittando della ressa alcuni individui mettono le mani in tasche che non son loro. Il comandante delle guardie civiche Eugenio Brach sa il fatto suo e arresta due individui di Trieste, addosso ai quali vengono trovati orologi, catenelle e portamonete per un valore complessivo di £ 400” (“Il Piccolo”, 14.4.1923).

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In primo piano, la sagra chiamata «la festa de Semedela»In secondo piano, le saline

Una festa lunga qualche secolo

Questo lato profano della festa della Semedella era stato, peraltro, occasione di forte contrasto tra i Capodistriani e il vescovo di Trieste e Capodistria Matteo Raunicher, il quale nel 1837 ebbe a proibire con proprio decreto la celebrazione della S. Messa festiva in tutte le cappelle private, ovverossia nelle chiese non parrocchiali od oratori pubblici tenuti da religiosi: ricadeva quindi tra esse la chiesetta di Semedella, canonicamente considerata privata. Grande fu il fermento a Capodistria e per salvare la celebrazione di Semedella si mosse persino la Podestaria di Capo d’Istria, ma invano. Il vescovo il 17 aprile 1840 ribadiva il suo diniego con inusuale fermezza: “consta inoltre che il convegno in tale giornata è più una festa baccanale, che una divozione, specialmente al dopo pranzo, in cui l’intera Città si diffonde pelle campagne a merendare”. In effetti, una testimonianza conforta l’impressione di mons. Raunicher: “Durante l’anno quivi lunghi e solenni silenzi; i ranocchi ed i rospi mugulano nei vicini acquitrini; i passeri cantano i vesperi sotto alla tettoia dinanzi alla Chiesa, e i buoni popolani istigando col solito ritornello il somaro, passano vicino al Santuario e si levano il berretto, mormorando una prece. In quel giorno invece tutto è vita e festa intorno alla Chiesa, nel prato e sui colli vicini. Sotto alla tettoia e intorno al Santuario il luogo è gremito di venditori di ciambelle, croci, medaglie, di cantastorie, di poveri, di zoppi e di ciechi. In mezzo al prato s’alza una baracca ad uso osteria, con dinanzi, intorno e su per le colline le allegre frotte dei cittadini, quali sdraiati mollemente sull’erba all’ombra d’un olivo, quali seduti su rustiche panche dinanzi ad una rozza tavola: dovunque ceste ripiene d’ogni ben di Dio, bicchieri di vermiglio refosco, prosciutti. Nuove compagnie vengono per mare e scendono dalle leggere barchette; altre più lontane con la vela spiegata dirigono alla volta del Santuario la prora; grida festevoli, evviva, liete canzoni dalla via e dal mare”[xix].

Ma la tradizione era dura a morire. Dopo la morte del vescovo Matteo Raunicher il di lui successore Bartolomeo Legat, di miti propositi, lasciò libertà ai fedeli di ritornare alla pia pratica dì tenere la festa della dedicazione nel Santuario dì Semedella, nella Domenica dopo l’ottava di Pasqua. E così ebbero origine i due giorni di sagra, che dal 1848 in poi vennero osservati, fino alla epoca dell’esodo dall’Istria. Dopo il 1954, la tradizione del pellegrinaggio votivo, rinnovata poi dai capodistriani esuli fu riproposta come pellegrinaggio annuale in un diverso santuario mariano italiano. Incominciano così le “Semedelle in esilio” da parte dei capodistriani che avevano abbandonata la città. Ogni anno, per la seconda domenica dopo Pasqua, le comunità dei capodistriani profughi, quella residente a Roma e quella di Trieste, si riuniscono nelle due località quasi in un ponte ideale, per festeggiare un’unica tradizione, quella della Semedella. Un pellegrinaggio in diverso santuario fu poi organizzato dalle comunità degli esuli ogni anno a partire dagli anni Cinquanta.  La tradizione della Semedella fu ripresa a Trieste dopo il 1945 e fino al 1951, il rito fu celebrato nella chiesa di S. Maria Maggiore e in altre chiese dedicate alla Madonna. Nello stesso anno il comitato dei capodistriani, su suggerimento del parroco di Capodistria mons. Giorgio Bruni, decise di organizzare ogni anno, per la festa della Semedella un pellegrinaggio ad un santuario d’Italia.

 

[i] E. ROSAMANI, “Feste religiose nella Venezia Giulia”, in La Porta Orientale, n. 1 – 2, gennaio – febbraio 1950, Trieste, p. 6

[ii] Da sèmeda o sèmida (istrov.) ossia viòttola, sentiero campestre, a sua volta dal latino “sèmita”; poi semidéla.

[iii] “I pioppi del prato, giù presso il mare, intorno alla chiesetta della Madonna di Semedella, erano ingialliti, e ora perdevano le ultime foglie;  cominciarono ad alzarsi le prime bore” (Pier Antonio Quarantotti Gambini).

[iv] Vi fu sepolto nel 1810 anche l’ultimo vescovo di Capodistria, Bonifacio da Ponte. Il camposanto fu usato fino al 1811.

[v] Capodistria. Immagini e ricordi, Circolo ACLI “Capodistria”, 1958.

[vi] La rosa rossa, La traversata (ne “La corsa di Falco”, edito postumo nel 1969), Le saline, La lettera.

[vii] A.A. “La sagra di Semedella”, in La Nuova Voce Giuliana. 1.5.2010, Trieste, p .4.

[viii] A. CHERINI, La Peste di Capodistria e il Santuario di Semedella (1630 – 1631).

[ix] Nel 1855 la chiesetta fu ristrutturata in pianta a croce latina e fu ingrandita con la costruzione di due cappellette e del presbiterio. Al pittore Bortolo Gianelli fu commissionata una nuova pala d’altare.

[x] Nel calendario liturgico del rito tridentino ora straordinario.

[xi] abbinata ad una processione alla chiesa di San Francesco dei Minori Conventuali nella ricorrenza dell’Immacolata Concezione sino al 1806, data della sconsacrazione di detta chiesa insieme con la soppressione del convento.

[xii] G. PUSTERLA,  Il Santuario della B.V. delle Grazie di Semedella, Capodistria, 1886, p. 10.

[xiii] Formata dai pescatori del rione di Bossedraga.

[xiv] Il percorso processionale fu  facilitato nel 1827 dalla costruzione della strada diretta, che si dipartiva dal molo della Porporella e terminava proprio in corrispondenza del prato alberato.

[xv] Per Ricciotti Giollo, invece, “la prima domenica di maggio era la confraternita del SS. Crocefisso a rinnovare il pellegrinaggio al santuario di Semedella”.

[xvi] R. GIOLLO, San Nazario Protovescovo e Patrono di Capodistria, Trieste, 1969, p. 85.

[xvii] A. GORLATO, L’Istria e Venezia. Paesaggio – Storia – Folclore, Venezia, 1983, p. 235.

[xviii] “La devozione dei capodistriani per la festa della Semedella” in L’Osservatore Adriatico, n. 24, Trieste, maggio 2003.

[xix] P. TEDESCHI, Tra filo e filo, s.d.

4 pensieri su “Un’antica tradizione capodistriana: la festa della Madonna di Semedella

  • Sono nato a Semedella il 26-12-53 mio padre era Ceppi Pietro e mia madre Novel Maria Virginia sposati il 29 agosto 1949 nella chiesetta di Semedella mi piacerebbe contattare qualcuno per presentare un mio piccolo libro sulla storia dell’istria e di semedella

    • Gentile Signor Ceppi,
      nel ringraziarLa della segnalazione circa il Suo libro, saremo lieti di darne notizia nel caso Lei possa inviarcene una copia al nostro indirizzo di sede, o anche via mail in formato pdf.
      Un cordiale saluto

    • Buon giorno. Mia nonna Cepich Rosina e Mio nonno Clon Giovanni.
      Vissuti a semedella . Ho storia dell’ mio albero genealogico sino al 1730 .
      Condivido con grande piacere conoscenze e ricerche in merito.
      PS. Facile che siamo lontani parenti.

      • Gentile Signor Michele,
        Grazie del Suo intervento, abbiamo piacere che il saggio pubblicato abbia sollecitato la Sua attenzione. La Storia si compone di relazioni, oltre che di memorie, e siamo lieti di darle il nostro piccolo contributo.

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