La politica culturale e l’Europa. Il ruolo delle minoranze italiane in Adriatico

Un intervento intenso, appassionato e lucido, questo di Ezio Giuricin pubblicato sul numero di Dicembre 2017 de “La Ricerca”, dedicato alla condizione presente della comunità nazionale italiana in Adriatico orientale, una severa riflessione sulle carenze della politica culturale sinora perseguita dall’Italia per tutelare lo “spazio culturale italiano in Europa e nel mondo”, e per garantire la continuità della presenza culturale italiana nello stesso Adriatico orientale. “Si avverte l’assenza di una chiara e organica politica culturale al confine orientale tesa a preservare e valorizzare la continuità della presenza italiana in queste terre”, chiarisce Giuricin, che indica qui i necessari, indispensabili correttivi, urgenti se si vuole assicurare un futuro all’antica presenza culturale italiana in Istria, fiumano e Dalmazia.

 

crs_-logo   di Ezio Giuricin per CRSR Centro Ricerche Storiche di Rovigno

L’orizzonte europeo impone oggi di considerare le culture e le lingue nazionali in una dimensione più ampia e complessa: quella del loro effettivo “spazio” internazionale e della loro capacità di interazione con le altre realtà culturali. La delimitazione o la chiusura degli “spazi culturali” e del concetto stesso di “nazione culturale” entro l’angusto limite dei confini nazionali impone una visione riduttiva delle loro caratteristiche destinata a impoverirle e ad annullarle. In un contesto contrassegnato da una accentuata globalizzazione, da una compagine europea sempre più allargata e – speriamo – politicamente unita, contenere la cultura nazionale al solo ambito territoriale e geografico della “nazione” rischia di essere esiziale.

Le culture nazionali – e fra queste in particolare quella italiana – sono sorte e si sono affinate anche attraverso i rapporti con gli altri spazi culturali, il contatto – mediato dalle relazioni economiche e commerciali – con le culture vicine e, insieme, con l’ambito più vasto, universale, della propria dimensione. Il Rinascimento, l’insieme delle sue espressioni artistiche, letterarie, architettoniche, culturali, scientifiche e filosofiche non è concepibile se circoscritto ai soli confini geografici d’Italia; il suo punto di forza, la chiave della sua propulsività vanno ascritti alla capacità dei soggetti del tempo di relazionarsi con le altre realtà del “sistema mondo”, di sviluppare rapporti globali, in altre parole alla sua “universalità”. Una capacità che è stata al contempo frutto di interazioni con le realtà  vicine  ma anche di relazioni su grande scala, di una visione di “sistema” capace di proiettare i propri valori su un piano internazionale.

Una delle espressioni europee ed internazionali della cultura italiana è anche quella rappresentata dalle minoranze, dalle sue componenti nazionali disseminate al di fuori dei confini nazionali. Le minoranze – e tra queste la Comunità italiana presente in Istria, Fiume e Dalmazia – sono parte integrante dello spazio culturale italiano, elemento essenziale e non periferico dell’identità nazionale e, al contempo, un importante fattore di stimolo – vero e proprio enzima – della sua capacità di proiezione globale nelle relazioni internazionali.

Lo spazio culturale italiano, comprendente quello delle minoranze, è essenzialmente “policentrico”. Non ha un “nucleo” che si irradia verso l’esterno; è invece una rete costituita da tanti gangli vitali in relazione fra loro, tutti altrettanto importanti e il cui valore è dato da un rapporto di costante e vicendevole scambio.

La comunità italiana dell’Adriatico orientale, l’unica comunità autoctona (riconosciuta a livello istituzionale e rappresentativo) presente in Europa al di fuori dei confini nazionali, assieme a quella italiana in Svizzera, è parte integrante di questo spazio, e dovrebbe pertanto essere vista come elemento irrinunciabile del sistema culturale del Paese e, di conseguenza, della politica culturale italiana in Europa.

L’apporto che la Comunità italiana dell’area istro-quarnerina offre alla cultura nazionale, e alla sua dimensione europea, non è meno importante di quello che il “corpo” della cultura italiana, ovvero le istituzioni e le reti culturali del Belpaese porgono quotidianamente alla minoranza. In questo rapporto – vitale e indispensabile – non contano tanto le proporzioni, le scale quantitative, ma piuttosto la qualità e i valori, la capacità dei singoli elementi di fungere da “stimolo”, da collegamento, di costituire i fili di quella grande rete che è la cultura nazionale.

La minoranza italiana in Slovenia e Croazia vanta una solida rete di istituzioni culturali: una casa editrice, l’“Edit” di Fiume, che pubblica oltre alle riviste “Panorama”, “Arcobaleno” e “La Battana”, a testi letterari e manuali scolastici, anche “La Voce del Popolo”, l’unico quotidiano italiano in Europa al di fuori dei confini nazionali (se si eccettuano quelli del Canton Ticino), una compagnia di prosa, il Dramma Italiano (unico teatro-compagnia stabile italiana operante all’estero), il Centro di  ricerche storiche di Rovigno, rilevante istituzione scientifica che a ragione può essere annoverata fra le più importanti istituzioni di cultura italiane all’estero, Tv e Radio Capodistria, importanti soggetti della Comunità radiotelevisiva italofona, “aziende culturali” e veicolatori di cultura italiana in queste regioni, un’ampia struttura scolastica con una trentina di asili, scuole elementari e medie, sette istituti medi superiori, tre importanti realtà universitarie, a Capodistria, Pola e Fiume con i rispettivi corsi e dipartimenti di lingua e letteratura italiane. A queste realtà si aggiungono la dimensione e le iniziative culturali di un articolato sistema associativo, che vanta oltre cinquanta Comunità italiane presenti sul territorio.

La minoranza soffre naturalmente di criticità e debolezze determinate dalla pesante eredità e dagli incolmabili vuoti provocati dall’esodo, dalla prolungata esposizione a forti processi assimilatori, dall’emarginazione sociale, economica, culturale e politica cui è stata sottoposta per molti decenni, dai nuovi problemi e dalle sfide che stanno emergendo dai contesti politici e democratici delle nuove statualità. Lacune, debolezze, condizioni avverse che rischiano di minacciarne l’esistenza. Ma è innegabile l’importanza di questa comunità per lo spazio culturale italiano in Europa e nel mondo, oltre che per la continuità della presenza culturale italiana nell’Adriatico orientale.

Una politica culturale europea dell’Italia, e una politica italiana della cultura europea non possono prescindere dalla realtà delle sue minoranze all’estero, dall’insieme di soggetti, di istituzioni, di elementi costituenti la “rete” culturale italiana: dal contributo porto dai suoi intellettuali, artisti e ricercatori all’estero, dai centri d’eccellenza e di cultura italiani in Europa e nel mondo, dai tanti nuclei – piccoli o grandi – da cui si dipanano quotidianamente – fra mille difficoltà – i lineamenti di una “diplomazia culturale”. La Comunità italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, composta sia dalla dimensione dei “rimasti” che da quella degli “esodati”, è una di queste realtà. Per il suo radicamento sul territorio, la sua dimensione autoctona, il significato della sua presenza umana e civile e del suo ricco patrimonio storico rappresenta uno degli elementi più importanti dello spazio culturale italiano, e con esso, di quella che dovrebbe essere la politica culturale italiana in Europa.

Tale politica europea e nazionale dovrebbe esprimere una chiara visione progettuale per l’area adriatica e gli spazi al confine orientale. Ma esistono – accertata la loro importanza – una politica culturale europea dell’Italia e una politica italiana della cultura europea? Quali sono gli elementi di una visione internazionale della cultura italiana e, di converso, della strategia per l’affermazione e la continuità della presenza culturale italiana anche nell’Adriatico orientale? Oggi, purtroppo, è arduo rispondere a queste domande.

In quest’ambito si stanno impiegando molte energie e non irrilevanti risorse, anche se non sempre in modo coerente ed efficace. Notevoli sforzi si vanno compiendo, in vari campi, per cercare di colmare i ritardi e le notevoli lacune che affliggono questa dimensione. Ma ciò che manca, purtroppo, è una chiara visione complessiva di questa politica, una coerente capacità progettuale in grado di concepire i lineamenti di sviluppo e le sfide future della cultura italiana in Europa e nel mondo, così come della sua presenza e continuità, oltre confine, in Istria e a Fiume. In particolare si avverte l’assenza di una chiara e organica politica culturale al confine orientale tesa a preservare e valorizzare la continuità della presenza italiana in queste terre.

Gli strumenti messi in campo sin’ora, a dispetto delle notevoli risorse mese a disposizione, mancano di organicità; sono il frutto di una lunga tradizione di interventi e di attività che, pur avendo contribuito a scongiurare la scomparsa della presenza italiana in quest’area, non riflettono però una visione progettuale di ampio respiro. Si tratta di strumenti che oggi necessiterebbero di essere rivisti e aggiornati e che, soprattutto, non considerano adeguatamente una delle loro condizioni essenziali: il pieno rispetto della soggettività della minoranza, intesa quale fattore decisivo – non marginale o passivo, ma protagonista – della riproduzione e dunque della presenza culturale autoctona sul territorio. A questo fine sarebbe utile promuovere un quadro di interventi più diretti, volti in particolare a stimolare la propositività e a dare sicurezza ai soggetti destinatari; un approccio nuovo e sistemico, frutto della volontà di assicurare continuità ed efficacia ad una politica tesa a preservare la cultura e la presenza italiane nell’Adriatico orientale che, dal punto di vista politico e normativo, potrebbe essere adeguatamente espresso da quella “Legge d’interesse permanente” del Parlamento italiano nei confronti della Comunità nazionale italiana in Slovenia e Croazia che le strutture della minoranza stanno chiedendo da tempo.

Incapacità politiche e organizzative, l’emergere di interessi di parte, la mancanza di chiari orizzonti progettuali rischiano di mettere in discussione un patrimonio straordinario: non solo quello della componente italiana in Istria, Fiume e Dalmazia ma anche l’esistenza stessa, la capacità di riprodursi e competere della cultura italiana nel mondo. Una cultura è il frutto dei valori e delle idee che ha saputo costruire nel tempo, della sua capacità di immaginare e produrre sviluppo, di “stare nel mondo”, di tessere relazioni internazionali, di investire nel futuro. Ciò che siamo non sarebbe immaginabile senza la grande fucina e l’eredità del Rinascimento e dell’Umanesimo, senza l’apertura, la forza culturale di Venezia, la portata storica e civile della sua “diplomazia culturale”.

Oggi, nel Terzo millennio, le condizioni sono completamente mutate; il nostro futuro è legato alle insidiose sfide della globalizzazione. Per superarle è necessario capire che la cultura è indissolubilmente legata all’economia, alla scienza, all’innovazione, alle strategie dell’industria e della diplomazia culturali. È indispensabile ridefinirne, aggiornarne i contenuti e gli orizzonti. Non è accademia, è innanzitutto frutto della capacità di fare sistema, di pensare in modo diverso, con un approccio interdisciplinare, multivalente e universale.

L’Italia – come recita il motto dell’Aici – è cultura: dobbiamo esserne realmente consapevoli, e comprendere quali siano oggi le insidie e la portata di questa asserzione. Dobbiamo capire quanto importante sia l’apporto – a partire dalle minoranze – delle sue singole componenti, il contributo che ciascuno, nel suo piccolo, può dare a questo grande disegno di salvezza e di speranza.

minoranze

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *