Il «maraschino», piccola storia del distillato dalmato

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La prima citazione della marasca risale, stando agli studi, al 1580, nel Diario del viaggio da Venezia a Costantinopoli di M. Paolo Grimani, che andava bailo[1] per la Repubblica veneta alla Porta Ottomana, stampato a Venezia nel 1586. Secondo fonti successive, Grimani farebbe riferimento a frutti rinvenuti non in Dalmazia ma in Turchia, a Edirne, l’antica Adrianopoli. Risulta, peraltro, che un liquore denominato «rosolio maraschino» fosse già noto secoli addietro e prodotto in conventi del litorale dalmato.

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Prunus cerasus è il suo nome scientifico, ha un polpa succosa e dolce ma acidula, la sua caratteristica, apprezzata a partire almeno dal Settecento, quando il nobile veneziano Giuseppe Carceniga, o Calceniga, avviò a Zara nel 1730 la produzione del liquore. Nel 1759 la trasformazione delle marasche conobbe il salto di qualità con Francesco Drioli, presto divenuto nel 1799 fornitore dell’imperiale Casa d’Asburgo, e rapidamente di altre corti europee, dalla francese alla russa, permettendo al marchio Drioli di divenire la più antica distilleria di maraschino e la più diffusa all’estero.

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I Drioli erano originari però dell’Istria, di Isola, si erano trasferiti inizialmente a Trieste, grande emporio commerciale ed economico del tempo, e infine si erano stabiliti a Zara, in un territorio aspro, tant’è che le marasche venivano importate via mare più a sud, dall’area compresa tra Spalato, Almissa e l’isola di Brazza, quando lo permise il calo delle scorribande ottomane.

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Nel primo ventennio dell’Ottocento un nuovo imprenditore proveniente dalla Liguria, Gerolamo Luxardo, di illustre famiglia, si portò a Zara inventandosi un maraschino “amabile” e la caratteristica bottiglia che l’avrebbe accompagnato sino ai nostri giorni: non più a Zara dal secondo dopoguerra ma a Torreglia, nel padovano, a causa dell’esodo forzato e delle tragiche vicende che investirono la famiglia.

Dalmata anche la fabbrica Romano Vlahov, fondata nel 1861 sempre a Zara, distrutta poi dai terribili bombardamenti alleati del 1943-1944, infine costretti i suoi titolari dal regime titoista ad abbandonare l’attività e rifugiarsi in Italia; dove, dopo il 1945, avrebbero rifondato la sede per produrre l’«Amaro Zara», e cedere nei decenni successivi il marchio alle distillerie Casoni di Modena.

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[1] Così erano denominati gli ambasciatori veneti  presso la Sublime Porta.

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