Il cannibale di Montona, una storia istriana di inizio ‘900

Nel cuore dell’Istria un secolo fa si dipana un’intricata storia che rasenta l’incredibile.

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Riportiamo di seguito anche il testo dell’articolo di Pierpaolo Martucci su “Il Piccolo” di Trieste del 9 luglio scorso.

“Il 7 aprile 1914, nell’interno dell’Istria, un giovanotto che percorre in bicicletta la strada provinciale che da Buie porta a Montona (odierna Motovun) investe malamente un vecchietto. Un incidente banale, ma il ciclista viene condotto al posto di polizia del paese per procedere agli accertamenti. Subito il fatto assume tutt’altro aspetto: l’investitore viene identificato per l’autore di un atroce delitto commesso parecchio tempo addietro. Come scrive Il Piccolo, la vicenda “potrebbe fornire un bellissimo soggetto per un romanzo a forti tinte”. Ed è assolutamente vero.

Il “romanzo” ha inizio sette anni prima, in un villaggio del circondario di Motovun, dove vive un contadino di nome Oclen, sui cinquant’anni, vedovo, con “parecchi figliuoli”. All’epoca sta “coltivando un amoretto con una compaesana” e una sera, dopo il consueto lavoro nei campi, va a farle una breve visita, poi rientra a casa “ilare e contento”. Il mattino seguente però il suo letto è vuoto e dell’uomo non c’è traccia.

La scomparsa getta nello scompiglio la piccola comunità e vengono subito intraprese le ricerche, protratte per settimane senza alcun esito. Sino al giorno in cui, circa due mesi dopo, un viandante, entrato casualmente nel cortile della casa colonica di Oclen, nota due cani, “che si divertivano un mondo a rincorrere un teschio umano!”.

L’uomo, inorridito, corre ad avvertire le guardie, che sequestrano il cranio per portarlo a Montona. Là il capo della polizia comunale, grazie a un difetto della dentatura, lo identifica per quello del contadino scomparso. Viene riaperta l’inchiesta e si scopre che tra padre e figli non correva poi buon sangue. Fra questi ultimi, soprattutto Michele, di 17 anni, aveva manifestato una profonda avversione per il defunto, di cui non accettava il progetto di risposarsi.

Fermato, inviato a Rovigno e interrogato dal giudice istruttore, il ragazzo in principio nega qualsiasi responsabilità. Ma all’incalzare delle domande, “si inasprisce, si infuria” e infine ammette “francamente” di aver ucciso “e fatto a pezzi” il padre. Il motivo? “Non si comportava bene! Egli voleva ad ogni costo unirsi a una donna che noi odiavamo e, siccome non siamo riusciti a fargli capire la ragione con le buone, io ho pensato di sopprimerlo”. “Dopo la cinica confessione” – si legge nell’articolo – il giovanotto “che appariva fuori della grazia di Dio, scoppiò in una risata” che mise i brividi addosso a tutti i presenti.

Brividi giustificati, perché quanto poi viene messo a verbale ha tratti mostruosi. “Dopo averlo ucciso” – prosegue freddamente l’assassino – “io gli ho levato il fegato. Non avevo mai mangiato fegato umano e volli provare. Lo lavai in una tinozza e quindi lo misi sul fuoco. Pochi minuti dopo era pronto. Lo trovai buonissimo!” “E la testa?”, gli viene chiesto. “Quella se la scarnarono i cani nel cortile”. Le altre parti del cadavere vennero seppellite ma “i cani, però, riuscirono a trovarle e si mangiarono anche quelle”. Evidentemente “il disgraziato non aveva la testa a posto”, commenta il cronista.

Come è intuibile, dopo una simile ammissione, viene disposta una perizia psichiatrica sul “cannibale”, subito riconosciuto irresponsabile e, “per disposizione della Giunta provinciale”, internato nel manicomio di San Daniele in Friuli. All’epoca infatti, per particolari accordi, quell’ospedale accoglieva anche sudditi dei vicini territori asburgici.

Ma non ci rimane a lungo: dopo 18 mesi riesce a evadere scavalcando il muro di cinta e facendo perdere le proprie tracce. Rientra in Istria senza difficoltà, trova lavoro in una cava e dopo un certo tempo inizia addirittura ad avviare le pratiche per emigrare in America, senza che nessuno lo colleghi al folle omicida evaso dall’istituto di San Daniele. Tuttavia la domanda di espatrio non viene accolta per l’età troppo giovane, e così Michele continua “a vivere in Istria tranquillo e indisturbato” senza dar adito a sospetti. Sino al fatale incidente in velocipede.

Dopo il riconoscimento del parricida, viene disposto il suo trasferimento in treno nel frenocomio di San Giovanni a Trieste, scortato da infermieri specializzati, sotto la guida di Gino Treves, una figura popolarissima in città, dove gestisce da molto tempo l’omonima “Infermeria e Compagnia autorizzata d’infermieri” sita in via Beccherie 17.

Proprio con Treves, nel corso del viaggio, il giovanotto – che si è fatto “robustissimo” – scherza gioviale sulla propria “latitanza”. “Quattro anni” si confida “sono stato in Istria, quattro anni a due passi dal luogo in cui ho passato la mia giovinezza, nel paese in cui avvenne il delitto. Vivevo tranquillo perché a nessuno passava per la mente che fossi io quello che aveva mangiato il fegato al proprio padre. Che risate! Talvolta, incontrandomi in un gendarme, lo fermavo e gli chiedevo ‘Dunque avete ripreso quello del fegato? No? Grazie: è un furbone quello, chissà dove si sarà recato!’. E ridevo, ridevo da smascellarmi. Bastava che allungassero una mano, ed io ero bello e fritto. Ma sono tanto ingenui, laggiù!”.

Da Trieste, trascorsa una breve sosta di osservazione, lo stesso Treves ricondurrà Michele all’Ospedale di San Daniele. Di là a pochi mesi dopo scoppierà la Grande Guerra e non sappiamo quale sia stato il suo destino, nel marasma generale. Forse “quello del fegato” riuscì infine a trasferirsi in America. Dove, dopo quasi 80 anni, un personaggio, pronuncerà una battuta entrata nella storia del cinema: “Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave ed un buon Chianti”.

Ovviamente, il dottor Hannibal Lecter ignorava del tutto il suo lontano precursore, “bellissimo soggetto per un romanzo a forti tinte”. Del resto, un simile narcisista avrebbe mai potuto ammettere di dover cedere il primato a un ragazzotto qualunque, figlio di un contadino della campagna istriana?

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