Il dialetto fiumano: itinerari identitari e nuove sfide

Nel suo recente, intenso saggio storico, Fiume città di passione, Raoul Pupo fornisce un particolare e interiore profilo della città adriatica nelle fasi della sua complessa vita, riconoscendole l’appartenenza al «mondo del mare, antico elemento unificante delle riviere mediterranee, luogo degli scambi di merci, persone e idee, dove la latinità si è mantenuta nella lingua, nella cultura […], ampia zona di sovrapposizione fra spazi culturali e linguistici, economie complementari»[1] […] : senza dubbio una delle più suggestive e conformi rappresentazioni di Fiume nel periodo del suo peculiare formarsi in civitas, in comunità condensata da riconosciuti valori civici, dalla lingua condivisa, la parlata venetoitaliana, un dialetto originale, riconoscibile ed esclusivo, germogliato in un contesto interagente e plurilinguistico che tuttavia non si frappose allo «spirito originario» della popolazione italofona, la quale nonostante i molti, drammatici eventi avversi subiti si è relativamente ma incondizionatamente mantenuta fedele a sé stessa sino ai nostri più recenti decenni.

Ma con il secondo conflitto mondiale la dispersione nell’esodo degli originari abitanti ha inevitabilmente depauperato il profilo storico-sociale della collettività fiumana nei suoi più evidenti modelli culturali, dei quali il linguaggio familiare, lungi dall’essere semplice  parlata delle periferie sociali è essenziale segno identitario, «espressione naturale degli italiani o italofoni della città di Fiume, riflette la coscienza di un popolo e incarna lo spirito d’identità dello stesso»[2]. La relazione sottesa tra l’idioma fiumano e la storia della Città quarnerina era stata evidenziata già negli studi promossi, tra altri, da Salvatore Samani nel 1978 per la Società di Studi Fiumani e riveduti più recentemente a cura della stessa nel 2007. Ma nel tempo gli strumenti della linguistica contemporanea si sono evoluti e ancora più raffinati, come questo recente saggio dal titolo Il dialetto fiumano, parole e realtà, — curato dalle docenti del Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Fiume con l’apporto di giovani ricercatrici — dimostra nell’aprezzabile intento di conferire un «taglio scientifico» allo studio del vernacolo locale per riconoscerne il valore anche antropologico — tanto più in quanto, come spiega Gianna Mazzieri Sanković, docente con Corinna Gerbaz dell’Ateneo quarnerino «trovandosi in una posizione geopolitica di confine ha assorbito una ricchezza linguistica notevole, con non poche influenze»; il che permette ed anzi richiede di predisporre «un percorso saggistico-scientifico e antologico» dedicato allo studio delle molte opere letterarie composte in un determinato tempo da significativi autori dialettali.

Progettato nell’aprile 2019 a seguito dell’incontro «Salvemo el fiuman» svoltosi presso la Comunità degli Italiani nell’occasione della «Settimana della Cultura fiumana» per iniziativa del Consiglio della minoranza nazionale italiana, l’articolato volume assume evidentemente un valore duplice, non esclusivamente linguistico e filologico, pur notevole laddove si spinge ad indagare lo spirito originario dei luoghi e degli stessi abitanti che hanno conferito alla città natale il più intimo, riconoscibile e ineguagliabile profilo, come Mazzieri Sanković attesta non senza preoccupazione: «un modo di vedere il mondo che ormai sta scomparendo» diluendosi nel corso del tempo e dei mutamenti storici e sociali seguiti dopo la seconda guerra. Dunque non è del tutto improprio conferire anche un relativo contenuto antropologico a questo trattato nel quale si ragiona con proprietà e coraggio di Itinerari identitari e nuove sfide[3] che scaturiscono inevitabilmente dalla complessità della storia trascorsa, dalle diverse acquisizioni linguistiche assimilate reciprocamente nel tempo dai cittadini italofoni in forza della particolare collocazione geografica di Fiume, e dalla costante diminuzione dell’uso dello schietto dialetto fiumano nell’ambito di una comunità divenuta suo malgrado minoranza nel proprio territorio storico. Ciò non chiude il tema inderogabile della conservazione e dello studio del linguaggio convenzionale e con esso dell’eredità culturale che ne deriva, per la cui conservazione le autrici prospettano una tutela «in un ordine di interesse pubblico, nelle competenze e responsabilità della municipalità di Fiume[4]». Una sfida, questa, già accolta dalle studiose dell’Ateneo fiumano, consapevoli di introdursi in una ricerca complessa e tuttavia necessaria e certamente seducente, che potrà confrontarsi  con i documenti più antichi e noti ed altri rinvenuti di recente, come la missiva stilata ed inviata in un’italiano antico dal Capitano e dai Giudici di Fiume alla Città di Cividale  nel 19 novembre 1445, attestante nel XV secolo l’uso del volgare fiumano  ̶  italiano nel contesto cittadino. Non senza porsi tuttavia domande assai ardue «Quando esattamente muore il latino e prevale il volgare tra la popolazione?» «A quale radice appartiene il primo volgare italiano a Fiume? «A quando risale la radice istroveneta del vernacolo fiumano?» Un’impresa ragguardevole, che dovrà riguardare anche il presente e il prossimo futuro se i suoi attori sociali vorranno comprenderne la ragione e la ricchezza, ancora vive dopo così lungo tempo.

 

Recensione di Patrizia C. Hansen

 

Il dialetto fiumano, parole e realtà

A cura di Irene Mestrovich, Martina Sanković Ivančić

Gianna Mazzieri-Sanković e Corinna Gerbaz Giuliano.

Con i contributi di

Gianna Mazzieri-Sanković, Kristina Blagoni, Maja Đurđulov

Editori

¯Consiglio della minoranza nazionale italiana di Fiume

¯Università degli Studi di Fiume, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Italianistica. Ottobre 2020

 

[1] Raoul Pupo, Fiume città di passione, Bari-Roma 2018, Editori Laterza.

[2] Martina Sanković Ivančić , Il dialetto fiumano, parole e realtà, Premessa, p.13.

[3] Gianna Mazzieri, Il dialetto fiumano: itinerari identitari e nuove sfide, p.23.

[4] Ead, ivi.

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